8 Luglio 2018 –XIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno B

8 Luglio 2018 –XIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno B

8 Luglio 2018 –XIV DOMENICA  TEMPO ORDINARIO – Anno B

 

Proprio stamani, nello sfogliare il giornale, leggo che i nostri aiuti all' Africa si perdono metà per la strada. In casa nostra si batte il tamburo dell'aiuto al Terzo Mondo e lungo la pista i ladri, ì profittatori, sono pronti. La nostra speranza ci ritorna addosso.

 

PRIMA LETTURA:Ez 2, 2-5- SALMO: 122- SECONDA LETTURE: 2 Cor 12, 7-10- VANGELO: Mc 6 1-6

 

Più volte, quando più fitta si fa la rete degli impedimenti che frustrano i nostri programmi e tarpano le ali alle nostre speranze, mi torna alla mente questa parola di Paolo: «quando sono debole, è allora che sono forte». Che non sia questo un modo astuto di consolarmi del fallimento delle speranze? In questo ripiegarsi sulla propria debolezza accettandola, in questo attribuire forza, efficacia a ciò che nel rapporto del peso specifico tra le forze in campo passa come debole, mi chiedo se non ci sia un coefficiente di autoconsolazione. Il discorso, però, è diverso se ci chiediamo quale sia la debolezza di cui si parla in questo brano e quali siano le ragioni del fallimento delle speranze, e di un fallimento tanto più inaccettabile quanto più le speranze avevano radici nella coscienza morale, non erano, cioè, riflessi del sentimento, ma proiezioni della coscienza. Siamo in un tempo in cui queste speranze hanno nomi chiari e distinti e portano nel loro volto la stessa ragion d'essere dell'umanità. Se spero nella pace, se voglio un mondo giusto, senza morti per fame, io enuncio speranze non facoltative, in quanto traducono la stessa mia ragion d'essere uomo. Potrei continuare. In questo senso si può dire che il valore morale di una persona si misura dall'ampiezza e dalla quantità delle sue speranze. La profezia consiste nel parlare in nome di queste speranze, costi quel che costi. Come bene vien detto nel breve e denso passo di Ezechiele: «Non ti ascolteranno perché sono testardi, ma intanto sapranno che c'è un profeta». Nel paradosso biblico questa presenza di un profeta inerme e fallito non è che un rimando al futuro. Difatti, se noi siamo qui a parlare e a sperare lo dobbiamo a coloro che nel passato sono falliti, ma sono falliti lasciando una fiaccola ad altre mani. Con la memoria riconoscente potrei rievocare la lunga serie dei profeti che hanno gridato, in tempo opportuno e in tempo importuno – per lo più in tempo importuno – cose che ancora io ripeto e senza delle quali il mondo si farebbe buio sopra di me. Perché c'è questa universalità nel loro linguaggio? E perché queste parole «in casa» non si possono ascoltare? L'universalità deriva dal fatto che la qualità del profeta, comunque egli sia, dovunque sia, sotto qualsiasi segno, sotto qualsiasi simbolo religioso – non ha nessuna importanza, visto che, come sto per dire, la differenza specifica è altrove è di riprendere il bandolo della creazione dal suo inizio. Il profeta prescinde dalla sapienza costituita, fatta di equilibri, di potature opportune, di ridimensionamenti. Noi siamo tanto più educati quanto più accettiamo le misure di ciò che si deve sperare e di ciò che non si deve sperare. Accettiamo i criteri dominanti e ci inseriamo in maniera pacifica nel mondo esistente, senza bisogno di altro se non di continuare questo gioco di dosati equilibri. L'educazione ha proprio il compito di favorire questa integrazione indolore delle nuove reclute della società dentro i quadri stabiliti. Questo è, in maniera semplice, il processo attraverso il quale si perde il bandolo dell'esistenza. Infatti c'è quasi sempre, più o meno, un rapporto fra questo inserimento nella «sapienza domestica» – in senso metaforico e la fedeltà all'impulso originario. Quanti casi mi vengono alla mente! In certe sagge famiglie si quietano i bollori dei giovani esortandoli alla prudenza, ad accettare i limiti, a non sperare l'impossibile e giorno dopo giorno un ragazzo fresco e vivo a quindici anni arrivato morto a venticinque. Così avviene l'integrazione. La società si regge per questo. Ma al fondo di noi c'è l'insopprimibile esigenza che ci porta ad immaginare, di tanto in tanto, un mondo diverso. Proprio stamani, nello sfogliare il giornale, leggo che i nostri aiuti all' Africa si perdono metà per la strada. In casa nostra si batte il tamburo dell'aiuto al Terzo Mondo e lungo la pista i ladri, ì profittatori, sono pronti. La nostra speranza ci ritorna addosso. [ … ] Ogni eccedenza dalle misure stabilite è follia. Potrei continuare. Tante cose, solo stamani, mi sono capitate sotto gli occhi, in cui avverto questo nesso tra il modo con cui noi viviamo nel mondo nostro, fatto di persone equilibrate, perbene – lo dico senza nemmeno ironia perché a ciascuno sembra giusto ciò che si fa in casa propria – e il collasso delle speranze alle quali noi concediamo tanti onori di cronaca in casa nostra. Perché riemerge in noi il bisogno di vedere un mondo diverso? Uno guarda con meno gioia il suo bambino se sa che nello stesso momento altri bambini sono denutriti e muoiono. Abbiamo bisogno di un mondo che ci consenta le felicità semplici, essenziali, quelle che appartengono alle misure della natura. Questa è la profezia. La profezia è dar voce alla misura originaria dell'esistenza, senza bisogno di libri, di messaggi che scendano dall'alto. Dentro di noi c'è, nel profondo, la misura del mondo possibile. Date voce a quella misura e siete profeti anche se non lo sapete, anzi proprio perché non lo sapete, dato che la profezia non è una professione, non è una investitura, è semplicemente una fedeltà. Chi è fedele all'essere è profeta.

                                                                                

Ernesto Balducci – dal: “Il Vangelo della pace» – vol 2

 

 

 

 

 

 

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