9 FEBBRAIO 2020 – 5^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno A

9 FEBBRAIO 2020 – 5^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno A

9 FEBBRAIO 2020 – 5^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno A

 

Non possiamo, con la Croce del Cristo, denigrare la speranza con cui gli uomini hanno lottato e sono morti per un mondo umano. Ma lo abbiamo fatto! Il posto che, in questo mondo, ci compete, è accanto agli altri.

 

PRIMA LETTURA:  Is 58, 7-10- SALMO: 111- SECONDA LETTURA:  1 Cor 2, 1-5- VANGELO:  Mt 5, 13-16
 

 

…Quando Paolo dice che predica solo la Croce di Cristo vuol dire, implicitamente, che non ha altro annuncio da dare se non quello di una morte accettata per amore degli uomini e perpetrata dai potenti e dai sapienti di questo mondo. La crocifissione non è una monade mentale isolata della storia: è un punto nevralgico della storia della salvezza dove le forze in causa si discoperchiano e si dichiarano per tutti i secoli dei secoli. Sono stati i potenti e i sapienti che hanno crocifisso Gesù Cristo, sono loro che crocifiggono l'uomo. E se noi vogliamo trovare la via per l'accesso al mondo moderno attraverso i compromessi con questa cultura, facendo della croce di Cristo semplicemente un modello religioso per poter avallare e giustificare il mondo esistente, o magari le sue alternative rivoluzionarie, noi ancora vendiamo la stoltezza della Croce sul mercato della sapienza vigente, e compiamo un tradimento non solo verso Dio ma verso l'uomo. È questo il punto chiave della riflessione. Noi non possiamo – vivendo la storia che viviamo – esimerci dall'uso degli strumenti. che la storia impone. C’e anche uno strumento ideologico. Dobbiamo pur capire da dove vengono queste correnti che ristabiliscono perennemente l'ingiustizia di questo mondo. Se noi pensiamo alla storia più recente, di questi ultimi secoli in cui uno slancio verso un mondo giusto e umano ha caratterizzato con terribili contraddizioni la vita collettiva, noi vediamo come i pionieri del mondo giusto si sono quasi illusi di poterlo toccare con mano. Sembrava questione di una generazione. Ma le generazioni si sono accavallate come marosi e noi ci ritroviamo sempre con un mondo radicato nell'ingiustizia. Questa impotenza dell'uomo a creare un mondo giusto non deve essere sfruttata dai cristiani, col loro sorriso mistico, dicendo: «Tanto non ce la fate da voi! ». È questo il peccato: che noi, in questa grande opera per la conquista di un mondo misurato sull'uomo per abolire l'oppressione stabilita in mezzo a noi, in questa opera noi siamo stati spettatori, non siamo stati protagonisti. È una lotta che non si fa con le preghiere, si fa utilizzando gli strumenti necessari. Questa dimensione obiettiva l'abbiamo sempre respinta perché essa ci contestava. Predicare dall'alto di una cattedra, per quanto sacra, la giustizia sociale è cosa da poco se non si accettano gli strumenti oggettivi che la procurano. Ma quegli strumenti sono cosi contraddittori con la collocazione sociale e istituzionale che noi abbiamo, che li rifiutiamo, anzi li diciamo contrari alla verità del Vangelo. E cosi abbiamo svuotato lo slancio dell'intelligenza e delle forze costruttive dell'uomo in nome del Crocifisso, che invece sta al limite di tutti questi sforzi umani. In qualche modo rappresenta, per il credente, come il punto di riferimento, il baricentro storico, non la misura ma il limite contestativo di tutte le possibili realizzazioni dell'uomo. La Croce del Cristo non può, dunque, essere assunta come contestazione mistica degli sforzi umani, come condanna a quello che qualcuno chiama il « perfettismo storico ». Non possiamo, con la Croce del Cristo, denigrare la speranza con cui gli uomini hanno lottato e sono morti per un mondo umano. Ma lo abbiamo fatto! Il posto che, in questo mondo, ci compete, è accanto agli altri. Non abbiamo strumenti diversi dagli altri. Si tratterà di sapere, allora, che senso ha la Croce del Cristo. Per saperlo dobbiamo restituire alla sapienza umana la sua autonomia, i principi della sua interna legittimità. Non facciamo del Cristo una misura per risolvere tutti i problemi. Questo significherebbe – mentre pare elogio e ammirazione per il Signore – vanificazione della Croce del Signore. Chi crede nella Croce del Cristo sa bene che l'adempimento del Regno non ha un termine stabilito. Non c'è un orizzonte, raggiunto il quale abbiamo compiuto l'opera. Ogni punto limite è sempre un punto di cominciamento. L'orizzonte verso cui andiamo è l'orizzonte da cui bisogna ripartire, perché il Regno di Dio non sarà stabilito finché ci sarà in questa terra un uomo digiuno, un uomo malato e abbandonato. Finché ci sarà un « ultimo », ivi ci sarà piantata la Croce del Signore. La Croce del Signore è insieme punto di contatto col Dio che non conosciamo e punto di contatto con l'uomo nel suo radicale isolamento, nella sua estraneità storica.

 

 

Ernesto Balducci – da: “Il mandorlo e il fuoco” – vol. 1

 

 

 

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