9 Novembre 2025, 32° Domenica t.o.

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Prima Lettura
Dal libro del profeta Ezechiele
Ez 47, 1-2. 8-9.12

Salmo 45

Seconda Lettura
Dalla seconda lettera di San Paolo ai Tessalonicesi
2Ts 2, 16-3,5

Vangelo
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 2, 13-22


La resurrezione non può essere dunque definita in termini metafisici che ritagliano nell’invisibile la fisionomia di una condizione di esistenza indescrivibile. L’unico segno è l’esistenza del Gesù risorto fra gli uomini, ma quel segno è stato anch’esso filtrato da una memoria commossa e turbata. Non possiamo farne un punto di partenza per la costruzione di una fisica dell’al di là. Questo mistero si scandisce dentro lo stesso nostro mistero storico.

Come i Maccabei, di cui parla il brano della Scrittura, stupirono tutti per la loro fermezza, nonostante la tenera età, in nome di questa fede nella resurrezione, così tanti nel mondo stupiscono per la loro fermezza, per la loro straordinaria forza.

Quando leggo, non solo in cronache labili ma in opere ormai diffuse, la cronaca delle lotte di liberazione in tanti paesi, soprattutto di quelli più poveri, più fuori dal nostro video quotidiano, sento che questa fede, ormai vecchia e putrida tra di noi, ritrova una sua verginità, una sua freschezza da anno zero. Essa giudica noi che non siamo in grado di vivere quella purezza perché siamo collocati in un alto piedistallo di privilegi acquisiti. Nessuno di noi è povero, nessuno di noi è braccato, nessuno di noi è in condizioni esistenziali oggettive di disperazione. Che ne sappiamo noi? Noi viviamo i ritmi di quella storia eroica attraverso il modo di cui la coscienza è maestra: la solidarietà. Dico, parafrasando San Paolo, chi lotta e io non lotto? Chi è oppresso e io non sono oppresso? Chi è minacciato di distruzione e io non sono minacciato di distruzione?

Questa solidarietà è però pur sempre una maniera astratta che solo di tanto in tanto rompe le cristallizzazioni inevitabili del nostro modo di esistere. Siamo tutti gettati sulla sponda dell’insicurezza.

Quando leggiamo di ciò che avviene nel Libano, tra poche ore potrebbe avvenire da noi, in un momento solo. I missili che distruggono palazzi interi possono distruggere città intere. È venuto il tempo di liberarci dalle strettoie delle condizioni storiche, familiari, etniche e culturali in cui siamo imprigionati per ritrovare l’alfabeto della speranza, il linguaggio essenziale della fede, per liberare la stessa fede da tutte le problematiche culturali.

Sia detto senza irriverenza: poco importa se tolgono a Lutero la scomunica. Quel che conta è se la tolgono ai disgraziati di oggi. Gli scomunicati oggi non sono i morti ma i vivi e a me preme, come al Dio dei vivi, che sia tolta la scomunica ai vivi, altrimenti noi siamo generosi col mondo della morte e non col mondo della vita.

Da “Il Vangelo della Pace” vol. 3, anno C

/ la_parola