9 Ottobre 2016 – 28^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno C

9 Ottobre 2016 – 28^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno C

9 Ottobre 2016 – 28^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno C

 

Anche voi, certo, avete avuto l’esperienza che io ho spessissimo: che persone che non hanno frequentato per nulla il mondo che io ho frequentato, che non hanno una professione di fede come la mia, sanno dire però cose in cui io ritrovo una profonda eco nel Vangelo. Ogni giorno ho queste lezioni «da stranieri».

 

PRIMA LETTURA.  2 Re 5, 14-17- SALMO: 97- SECONDA LETTURA:  2 Tm 2, 8-13– VANGELO:  Lc 17, 11-19

 

 …Quando io affermo che in realtà il Vangelo del Signore, come annuncio di salvezza, riguarda tutti gli uomini e che esso porta in sé forme di anticipazione di ciò che tutti gli uomini cercano, non faccio una retorica domenicale. Affermo qualcosa che io devo pagare nel quotidiano, nei miei rapporti concreti con la gente. Altrimenti potrebbe essere, la mia, una nuova retorica adatta ai gusti creativi di una classe che cerca di recuperare una egemonia perduta. Io devo pagarlo, il Vangelo .Ed è urlando in nome del Vangelo che io dico che non è poi così importante distinguere gli uomini tra credenti e non credenti, quanto distinguere – fin che ci è possibile – fra coloro che promuovono la salvezza, che hanno passione per l’uomo, che si sacrificano per il fratello e coloro che invece non si sacrificano e che non si preoccupano che di sé, magari andando in Chiesa e pregando per andare in Paradiso. La distinzione di fondo è questa. L’aderenza reale al patto di Dio è l’amore per il prossimo, e non un amore generico, tanto generico che non ha riferimenti concreti, che non esige dispendi interiori, ma un amore che spende. Questa è sicuramente l’intenzione del Signore. Questo discorso è molto importante per orientarci in una società che perde sempre più i connotati delle ripartizioni ideologiche rigide di ieri e in cui il nostro primo dovere è di cogliere le nuove attese di salvezza che fervono nel cuore dell’uomo. Se non facciamo questo le nostre catechesi non sono che aggiornamenti ideologici; sforzi per rimettere a posto le strutture di sempre, strumenti per accaparrare le anime, senza averle ascoltate, e perciò senza aver ascoltato la voce di Dio che passa attraverso i processi del suo popolo. Tutta l’umanità è popolo di Dio, la cui voce passa attraverso tutti i momenti della storia. Questo discorso mi è fiorito nel cuore di nuovo nel riflettere sulla Parabola del Signore: «Uno solo, e per l’appunto uno straniero», riconosce che la salvezza viene da Gesù. Questo particolare è di grande importanza e stimola, tra l’altro, il mutamento del nostro modo di riproporci alla società e del nostro modo di annunciare il Vangelo. Quando ci sforziamo di annunciare il Regno di Dio in parole nuove, lo facciamo semplicemente se queste parole le abbiamo apprese nel colloquio con gli uomini, nel dialogo con i lebbrosi, con coloro che invocano una salvezza. La crescita dell’uomo, non quella fissata secondo i parametri della società dello sviluppo, ma quella che è il passaggio da uno stato di schiavitù e di manipolazione a uno stato di autonomia e di creatività, è inerente al Regno di Dio. Quelli che vivono una fede attraverso i tramiti delle abitudini hanno perduto il sentimento degli spazi delle azioni di Dio. Anche voi, certo, avete avuto l’esperienza che io ho spessissimo: che persone che non hanno frequentato per nulla il mondo che io ho frequentato, che non hanno una professione di fede come la mia, sanno dire però cose in cui io ritrovo una profonda eco nel Vangelo. Ogni giorno ho queste lezioni «da stranieri».Il mio dovere non è di denigrare la mia casa per parlar bene degli stranieri, ma è di ringraziare Dio perché attraverso «gli stranieri» mi manifesta il senso del Suo Regno. Allora non è il malanimo che cresce in me, ma la gratitudine e non mi importa più di contare quanti sono i miei e quanti sono gli altri, perché i miei sono gli uomini. Non ho la «mia famiglia», la mia famiglia è l’umanità. Ci sono degli uomini in cui spesso il risentimento contro i segni religiosi è il risultato di delusioni, di traumi e di violenze subite. Invece la passione per liberare tutti dalle angustie di un passato di antagonismi e di sordità, è una grande maniera – io penso – di vivere il Vangelo di salvezza, senza svendere nulla, se non ciò che va buttato via, – ed è molto – ma anzi discernendo , dal patrimonio del passato, ciò che vale e ciò che non vale. E nel patrimonio del passato vale questo filo aureo della Parola evangelica che oggi possiamo recuperare con semplicità e autenticità in un contatto immediato con la sofferenza e con le speranze del mondo a cui apparteniamo.

 

Ernesto Balducci: da “Il mandorlo e il fuoco” vol. 3

 

 

 

 

 

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