Camminata notturna per la pace – Anna Scattigno

Camminata notturna per la pace – Anna Scattigno

Camminata notturna per la pace
di Anna Scattigno

L’estate, feroce, si è consumata nelle notti insonni, nel tempo della fine che non finiva mai. Poi le parole,
troppe volte usate, si sono rattrappite. Restavano i nomi, da salvare: i nomi dei bambini uccisi che il
cardinale Matteo Maria Zuppi ha letto a metà agosto a Monte Sole, da conservare nella memoria
dell’umanità. La creazione e le creature non chiedono guerra ma pace, diceva il cardinale. E parlava della
necessità di ricostruire la fraternità con intelligenza e passione.
Non rimarremo in silenzio avevamo promesso. I giorni e le notti scendevamo in piazza a chiedere il
cessate il fuoco, con le pentole, i tamburi, le sirene e le campane, quelle dei palazzi comunali, delle
chiese, delle ambulanze, delle barche, dei porti. «Facciamo più rumore, più chiasso, più fracasso possibile.
Facciamolo insieme» si diceva «che ci sentano fino a Gaza: perché sappiano di non essere soli».
All’hashtag della campagna “L’ultimo giorno di Gaza – L’Europa contro il genocidio”, si potevano
aggiungere tutte le parole che si voleva senza scomunicarne nessuna scrivevano i promotori, per costruire
«una rete di senza-potere determinati a prendere la parola»; per costruire una strada insieme.
L’ultimo giorno era però uno strazio infinito, seguivamo le barche che nel Mediterraneo cercavano di
raggiungere Gaza, speranza e sgomento insieme e lo sgomento ancora dura nel “piano di pace”. Le parole
ci si sono frantumate in bocca.
La sera del 20 settembre sono andata alle Piagge. “Camminando in silenzio per la pace, dalla notte della
paura alla luce dell’alba”: il percorso muoveva da lì, dalla comunità delle Piagge. Non avevo posto
attenzione al riferimento simbolico della scelta della notte: il buio come metafora dell’odio e l’alba della
speranza, con il sole che la mattina illuminava la facciata di San Miniato al Monte punto d’approdo del
cammino, e la veste bianca di padre Bernardo. Neppure avevo letto dell’invito a indossare tutti qualcosa
di bianco. E non so se il silenzio condiviso, come recita il comunicato dell’iniziativa, custodisce il dolore
più delle frasi gridate e più lo trasforma – il silenzio/urlo di speranza e di resistenza di cui parlò
quella sera don Santoro – in invocazione autentica di pace. Sono andata perché in quel punto avevo
bisogno anche io di silenzio (come ora invece vorrei di nuovo le parole) e desideravo condividerlo, questo
bisogno, con altri. Sono andata alle Piagge piuttosto che in altri luoghi del percorso, perché è un luogo
amico. Non per continuità o intensità di relazioni, che anzi vi conosco poche persone. È luogo amico
perché ci si respira pace. E la parola “insieme” lì ha senso. Alle Piagge la gente che si veniva raccogliendo
per la camminata, aperta a tutti, credenti e non credenti come si leggeva nel comunicato della Caritas, mi
pareva fatta soprattutto di donne e uomini di buona volontà, persone inclini all’incontro, desiderose della
giustizia. Non c’era ritualità. Qualcuno era vestito di bianco attorno ad Alessandro Santoro, il bianco è il
segno del martirio, testimonianza profonda diceva lui. Non c’erano bandiere, i cartelli recavano scritto
“Farsi prossimo”, “Farsi compagno”, “Uscire fuori”.
Santoro lo ricordo piegato a terra sulle ginocchia, il profilo affilato, nella sciarpa i colori della pace e in
mano i fogli che andava leggendo, le parole non le ricordo più. Guardavo intorno, c’erano giovani,
bambini e adulti, anziani. Molti avevano curato un abbigliamento capace di sostenerli nella lunga notte: le
scarpe da trekking, una maglia per le ore più fredde, uno zaino. Si erano preparati per camminare. Senza
parole, erano i corpi che quella sera mettevamo in scena. L’“uscire fuori” scritto sui cartelli – «noi non ci
stiamo» diceva Santoro – era questo. Ho riletto alcune sue espressioni di qualche giorno prima del 20
settembre e vi ritrovo, quasi a conferma, la percezione forte di allora, quei corpi – e sguardi, e volti e
sorrisi – di chi si preparava a partire per il cammino, insieme. Più forti della metafore della notte e
dell’alba, più forti della paura, i nostri corpi insieme.
E infine un’altra cosa che mi colpì molto quella sera. Via Pistoiese, con il suo consueto traffico di auto e
di fari nella notte. Ma a destra, verso la città, quella fila silenziosa che procedeva lungo il marciapiede,
piena di colore nonostante il buio, non potevi non vederla. In breve tempo, non se ne scorgeva più l’inizio.
Destava stupore, spaesamento, questa marea di gente che camminava dalla periferia alla città, dove si
sarebbe incontrata con altra gente, fino alla piazza della Signoria, fino al fiume e al monte di San Miniato.
Un «crescere nell’umanità» per riprendere ancora una volta le parole di Santoro, che non muoveva dalle
piazze delle manifestazioni di quei mesi, ma dalla “porta di polvere” delle Piagge, dalle strade di periferia,
rievocando suggestioni potenti di altri anni.

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