“Il perdono tra mediazione penale ed esiti giudiziari” – tesi di Rossana Morrillo

“Il perdono tra mediazione penale ed esiti giudiziari” – tesi di Rossana Morrillo

"Il perdono tra mediazione penale ed esiti giudiziari" – tesi di Rossana Morrillo 

ABSTRACT
Funzioni della pena e le origini dell’istituzione carceraria. Quello penitenziario è un mondo
che da sempre sollecita l’immaginario collettivo alimentando passioni e pregiudizi, stereotipi
positivi e negativi. La storia del problema penitenziario è un argomento che si ripercuote da
almeno tre secoli nel panorama sociale mondiale. La seguente tesi cercherà di ricostruire
questa storia analizzandone i problemi e le vicissitudini di cui si è composta.
L’itinerario di questo scritto si compone di tre capitoli tra loro distinti ma profondamente
interconnessi.
Per una trattazione approfondita su una tematica così complessa come quella del pianeta
carcere non si può, dunque, che aprire con una necessaria retrospettiva storica, indispensabile
chiave di lettura di un mondo che risulta essere molto diverso da quello che appare agli occhi
dell’opinione pubblica. Quando si cammina lungo le mura di un carcere si ha la sensazione
di una realtà immutabile; l’abitudine ci porta a considerare ciò che ci circonda come eterno
ma anche le istituzioni che ai nostri occhi sono immutabili hanno un loro cammino sempre
diverso e in trasformazione. A tal proposito è quantomeno d’obbligo vagliare, attraverso un
breve excursus storico, le trasformazioni che si sono succedute nel tempo; la dimensione
temporale è, infatti, una lente di ingrandimento formidabile per indagare a fondo l’esecuzione
penale.
L’impegno profuso in tal senso nasce dalla consapevolezza di essere di fronte ad un problema
culturale prima ancora che normativo. La realtà penitenziaria mostra, infatti, uno scenario non
esente da criticità e mancanze che corre il rischio di tradursi in lesione di diritti fondamentali
e di inibire la funzione risocializzante della pena. L’assunzione di questa consapevolezza
costituisce una straordinaria leva per costruire un modello di penitenziario concretamente
plasmato sul disegno costituzionale delineato nell’art. 27. L’ordinamento penitenziario, nella
sua evoluzione quarantennale, è andato indubbiamente in questo senso ma è fuor di dubbio
che molto si può e si deve ancora fare per migliorare la situazione. In passato ai numerosi
tentativi di aprire il sistema verso una visione non carcero-centrica dell’esecuzione penale,
sono stati seguiti altrettanti momenti di chiusura che hanno reso vani i progressi in tale
direzione. La strada da compiere non è, dunque, priva di insidie e richiede, innanzitutto, di
mettersi in cammino per conoscere direttamente chi vive e come si vive dentro le mura. Quella
delle carceri è, infatti, una delle vicende più narrate, descritte e denunciate. La descrizione

delle privazioni, dei diritti calpestati e delle ansie quotidiane dei detenuti, i ruoli, le gerarchie
interne, i numeri allarmanti del sovraffollamento confermano quanta strada debba ancora
essere percorsa perché il carcere possa divenire il terreno di una pena legale e umana.
Nel prosieguo dell’esposizione, acquisiti i fondanti concetti nozionistici, la trattazione fa
riferimento all’emergere del paradigma compensatorio all’interno dei sistemi di giustizia
criminale. L’idea di una giustizia riparativa come fondante di un nuovo modello penale
consensuale e partecipativo da opporsi ai limiti dei più tradizionali modelli retributivo e
riabilitativo nasce dalla consapevolezza dell’inefficacia dei sistemi di giustizia penale fondati
su politiche di deterrenza. Il paradigma compensatorio intende opporsi da subito all’idea della
sanzione come unica risposta possibile al fenomeno criminale proponendo quale obiettivo
dell’intervento penale la restaurazione del legame sociale attraverso la riparazione del danno
subito dalla vittima. Muovendo da queste considerazioni, l’elaborato cerca di indagare le
caratteristiche della giustizia riparativa e le modalità con cui viene implementata nel contesto
italiano. La nostra lente d’ingrandimento focalizzerà il suo zoom sul panorama dell’ambito
minorile. La scelta di quest’ultimo è stata peraltro necessaria, essendo il contesto in cui
storicamente si è rilevata la sperimentazione per gli operatori del diritto italiano degli
strumenti della giustizia riparativa.
Su impulso delle fonti internazionali e della giurisprudenza costituzionale, il legislatore del
1988, con il D.P.R. n. 448/88, ha inteso costruire una giustizia penale a misura del minore. La
riforma di quell’anno, delineata con maggior nitidezza ed integrata costantemente dagli
interventi della Corte costituzionale, istituisce un modello di diritto che valorizza la specificità
del minore come personalità ancora in formazione. Il presente contributo mette in luce come,
pur in mancanza di specifiche disposizioni normative, percorsi di giustizia riparativa siano
stati variamente innestati nelle varie fasi del procedimento penale minorile. Partendo dalla
considerazione circa la nocività che un processo nei confronti di un soggetto non ancora
pienamente formato può assumere, vengono elaborate delle formule di chiusura anticipata del
procedimento penale che, pur presupponendo un positivo accertamento di responsabilità,
conducono la giustizia ad approcciarsi in modo diverso nei confronti del giovane deviante. In
tale categoria di epiloghi processuali rientrano a pieno titolo gli istituti della mediazione e del
perdono giudiziale.

Con la presente trattazione il mio vuole essere solo un timido tentativo di approccio alla
tematica che non ha la pretesa di essere esaustivo e completo. Ciò che accomuna un po’ tutti
gli studi sul tema, nei più diversi ambiti è la critica e di certo anche in questa sede le critiche
non mancheranno. Ritengo doveroso precisare che, nello svolgimento del lavoro l’analisi
giuridica occuperà uno spazio assai ampio in conseguenza ed in rapporto alla tematica oggetto
di studio.
Una volta percorsa la strada segnata nel passato e nel presente, occorrerà tracciare quella per
il futuro. Da ultimo, infatti, si cercherà di tirare le somme sugli obiettivi raggiunti e quelli
solo sperati così, unitamente alla conoscenza delle problematiche emerse nel corso della
trattazione, da poter “disegnare” delle soluzioni per il futuro. È sembrato opportuno pensare
di poter dare una panoramica il più possibile ampia dell’argomento per far comprendere
l’importanza del paradigma retributivo e l’esigenza di un ripensamento della gestione dei
conflitti non più finalizzata allo scontro, quanto all’incontro tra le parti, un incontro che possa
soddisfare non solo le esigenze materiali di reo, vittima e società ma, soprattutto, i bisogni di
rieducazione e chance per il futuro.

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