Lo stupore e l’angoscia – Lectio divina di dom Franco Mosconi

Lo stupore e l’angoscia – Lectio divina di dom Franco Mosconi

“Dio mio, Dio mio,

perché mi hai abbandonato?”

Salmo 22 (21)

 

Preghiamo

 

O Dio, onnipotente ed eterno,

che hai rivelato agli uomini

il Cristo tuo Figlio e Salvatore, 

fatto uomo e umiliato 

fino alla morte di croce,

fa’ che abbiamo sempre presente 

l’insegnamento della sua passione

per partecipare alla gloria della risurrezione.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

 

Premessa

 

Il tema di oggi è abbastanza impegnativo, ma credo che sia il caso di affrontare anche questo salmo. Come sempre cercheremo di introdurlo gradatamente per cercare di coglierne fino in fondo tutta la portata.

Dopo questa introduzione leggeremo il testo.

 

Rapporto tra preghiera e vita

 

Come prima nota introduttiva vorrei dire una cosa molto elementare ma basilare: il rapporto che c’è tra la preghiera e la vita.

I salmi sono parola dell’uomo come canto, come poesia, come preghiera. La preghiera ha una profonda radice nella vita, è la sua espressione.

I salmi si radicano in una esperienza vitale originaria, che è il presupposto e anche il punto di arrivo di ogni vera preghiera.

Se non si entra in preghiera, questa esperienza vitale non viene vissuta nella sua pienezza.

Ci chiediamo innanzitutto qual è l’esperienza più elementare che l’uomo fa della vita, del suo mistero, per cui è portato anche a pregare.

Mi pare che questa esperienza sia riconducibile a due aspetti: lo stupore e l’angoscia di fronte al dono misterioso della vita.

  • Lo stupore è il momento in cui l’uomo si apre ammirato, affascinato al dono gratuito della vita, che gli è partecipato come il dono assoluto, inaspettato, libero da Qualcuno da cui amorosamente dipende. Quindi di fronte a questo dono dello stupore, che tocca tutto il corso della nostra esistenza, la reazione dell’uomo è proprio l’aprirsi con questa sconfinata e ammirata fiducia, con questo stupore, ma anche con grande e gioiosa gratitudine. È impossibile all’uomo eliminare questo tipo di esperienza. 
  • Nello stesso tempo però assieme allo stupore siamo catturati anche dall’esperienza dell’angoscia, che ci afferra in momenti particolarmente duri, quando siamo colpiti dal dolore, dal male morale o fisico, quando prendiamo più lucida coscienza del nostro limite, quando siamo posti di fronte a quello più grande e invalicabile che è la morte.

 

Oggi abbiamo bisogno di riscoprire l’inesauribile carica spirituale contenuta in questa duplice esperienza fondamentale, che è poi un’unica grande esperienza.

Vedremo che in questo salmo sono presenti tutte e due: stupore e angoscia.

Oggi siamo tentati di ridurre l’esistenza a qualcosa di molto epidermico, sicché lo stupore fondamentale di fronte ad essa come dono finisce per essere qualcosa che si spegne; sparisce anche lo stupore, si esaurisce. La mia vita è qualcosa da manipolare, qualcosa che mi serve, qualcosa che io uso per uno scopo precostituito.

Lo stupore rischia di spegnersi e questo elimina la possibilità di sorprendermi di fronte alla grandezza di questo dono, anche di fronte alla presenza nascosta di colui che mi ha dato la vita. Ecco perché è importante custodire questo stupore.

Così pure di fronte all’angoscia, che nella sua serietà viene spesso rifiutata. All’angoscia noi sostituiamo l’ansia, così come al peccato il senso di colpa, perché è troppo difficile farmi domande sul senso e la verità della mia vita.

Anche il dolore lo facciamo diventare come un disagio molto fastidioso, a cui è meglio non pensare troppo.

La morte poi è da censurare con il massimo rigore, però così facendo, perdiamo il nostro essere uomini, il nostro essere donne. 

Noi non viviamo la vita con tutto questo spessore di contrasti e, non vivendo questo, non riusciamo neanche a pregare.

 

Questi due aspetti sono quelli che ci stimolano anche alla preghiera.

Prima ancora che alla preghiera i salmi ci restituiscono la sostanza della nostra vita, questa esperienza originaria, ci insegnano a stupirci di fronte alla vita, che ci è donata, a interrogarci pensosi di fronte alla vita, tante volte minacciata.

Pregandoli, possiamo vedere come lo stupore e l’angoscia di fronte alla vita si sviluppano spontaneamente in preghiera di supplica, di lamento. Questo già può farci comprendere fondamentalmente che l’esperienza dei salmi non è niente di estraneo all’esperienza umana più originaria. È veramente ciò che li costituisce.

Purtroppo noi spesso non riusciamo a coordinare questi due momenti di angoscia e di stupore. La grandezza dei salmi sta proprio nel fatto che questi due poli sono offerti in tutta la loro ricchezza. Questi due poli contrastanti di stupore, di angoscia, diventano i due poli della lode e del lamento, collegati dall’invocazione del nome di Dio, che accomunano entrambe.

Nella lode e nel lamento, lo stupore e l’angoscia vengono investiti, trasformati dal contatto con la presenza del Signore che si realizza nell’invocarne il nome in ogni circostanza, non ci abbandona mai.

Direi che Dio diventa il minimo comune denominatore, la base comune al lamento come alla lode. Tutta la vita dell’uomo, investita dall’invocazione di lode o di aiuto nel nome del Signore, viene così trasfigurata.

È una grande liturgia.

Diceva, pensando a queste cose, un grande mistico che ci ha lasciato un mese fa, Divo Barsotti: “Tutta la vita dell’uomo, investita dall’invocazione di lode o di aiuto al nome del Signore viene come trasfigurata per diventare una grande liturgia”.

È l’espressione di una vita veramente filiale. Noi siamo veramente figli di Dio.

I salmi sono la vita dell’uomo, che nell’invocazione, nel lamento, nella lode, prende consapevolezza della sua dignità di figlio di Dio e impara con Cristo a riconoscere ovunque e sempre, in ogni situazione della storia il volto del Padre.

 

Proprio l’invocazione preferita da Gesù, Abbà, e la preghiera che Lui stesso ci ha insegnato, il Padre nostro, sono la chiave di lettura ultima e unificante del salterio, dal punto di vista cristiano.

 

Gesù ha pregato anche lui i salmi dell’angoscia (vedremo il salmo di stamane), come pure quelli dell’esultanza, della lode: “Ti benedico Padre, Signore del cielo e della terra”, ma li ha pregati infondendovi la novità, la pienezza della sua singolarissima coscienza filiale. Lui solo poteva invocare Dio col nome di Abbà, Papà mio; proprio questa invocazione, che unifica tutta la sua vita, la sua missione, la sua preghiera, scaturirà dall’angoscia del Getsemani, come dall’esultanza nello Spirito santo.

 

Proprio lo Spirito di Gesù, che è in noi, che ci ha donato, produce la medesima preghiera, come espressione di libertà filiale.

Quando diciamo il Padre nostro nella Messa anche noi osiamo dire: “Padre”, perché Gesù ce lo ha insegnato.

Che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò lo Spirito del suo Figlio nei nostri cuori, che grida: Abbà, Padre. Non sei più schiavo ma figlio”(Gal 4, Rm 8).

 

1) Introduzione

 

Ci avviciniamo al nostro “Dio mio”. Vi presento solo qualche indicazione per la lettura di questo grande e misterioso salmo di lamento, che qualcuno (Wiesel, ebreo) giustamente ha definito sacro per la memoria cristiana, avendolo Gesù pregato lui stesso morendo sulla croce, ed è testimoniato dal cap. 15 del Vangelo di Marco, che ci offre una specie di profezia indiretta dell’esperienza di Gesù crocifisso e abbandonato.

 

Salmo 22 (21)

Al Maestro del coro. Sull’aria: “Cerva dell’aurora”. Salmo di Davide

 

2Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Tu sei lontano dalla mia salvezza»:

sono le parole del mio lamento.

3Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,

grido di notte e non trovo riposo.

 

4Eppure tu abiti la santa dimora,

tu, lode di Israele.

5In te hanno sperato i nostri padri,

hanno sperato e tu li hai liberati;

6a te gridarono e furono salvati,

sperando in te non rimasero delusi.

 

7Ma io sono verme, non uomo,

infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.

8Mi scherniscono quelli che mi vedono,

storcono le labbra, scuotono il capo:

9«Si è affidato al Signore, lui lo scampi;

lo liberi, se è suo amico».

 

10Sei tu che mi hai tratto dal grembo,

mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.

11Al mio nascere tu mi hai raccolto,

dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.

12Da me non stare lontano,

poiché l’angoscia è vicina

e nessuno mi aiuta.

 

13Mi circondano tori numerosi,

mi assediano tori di Basan.

14Spalancano contro di me la loro bocca

come leone che sbrana e ruggisce.

15Come acqua sono versato,

sono slogate tutte le mie ossa.

Il mio cuore è come cera,

si fonde in mezzo alle mie viscere.

16E’ arido come un coccio il mio palato,

la mia lingua si è incollata alla gola,

su polvere di morte mi hai deposto.

 

17Un branco di cani mi circonda,

mi assedia una banda di malvagi;

hanno forato le mie mani e i miei piedi,

18posso contare tutte le mie ossa.

Essi mi guardano, mi osservano:

19si dividono le mie vesti,

sul mio vestito gettano la sorte.

 

20Ma tu, Signore, non stare lontano,

mia forza, accorri in mio aiuto.

21Scampami dalla spada,

dalle unghie del cane la mia vita.

22Salvami dalla bocca del leone

e dalle corna dei bufali.

23Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,

ti loderò in mezzo all’assemblea.

 

24Lodate il Signore, voi che lo temete,

gli dia gloria la stirpe di Giacobbe,

lo tema tutta la stirpe di Israele;

25perché egli non ha disprezzato

né sdegnato l’afflizione del misero,

non gli ha nascosto il suo volto,

ma, al suo grido d’aiuto, lo ha esaudito.

 

26Sei tu la mia lode nella grande assemblea,

scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.

27I poveri mangeranno e saranno saziati,

loderanno il Signore quanti lo cercano:

«Viva il loro cuore per sempre».

28Ricorderanno e torneranno al Signore

tutti i confini della terra,

si prostreranno davanti a lui

tutte le famiglie dei popoli.

29Poiché il regno è del Signore,

egli domina su tutte le nazioni.

30A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra,

davanti a lui si curveranno

quanti discendono nella polvere.

 

E io vivrò per lui,

31lo servirà la mia discendenza.

Si parlerà del Signore alla generazione che viene;

32annunzieranno la sua giustizia;

al popolo che nascerà diranno:

«Ecco l’opera del Signore!».

 

I commentatori hanno giustamente colto la dimensione smisurata di questo salmo dove la profondità di abbandono nella prima parte fino al v. 22 e l’esultanza della lode alla fine raggiungono livelli che trascendono infinitamente il livello di un’esperienza personale, singola, offrono così le dimensioni di un gigantesco e drammatico spazio che solo Cristo riuscirà ad occupare, a illuminare totalmente. Soltanto Cristo con la sua morte e risurrezione riempie questo salmo.

 

2) Quando Dio sembra dimenticare o trascurare l’uomo

 

La prima parte del salmo è occupata dal lamento, e comincia non un’invocazione e una domanda che, pure in un fortissimo, reciproco contrasto, sono tenute assieme con la più grande naturalezza.

La domanda, il problema che angustia l’orante è il fatto che Dio è lontano.

 

2«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

12Da me non stare lontano,

20Ma tu, Signore, non stare lontano,

 

Dio è lontano dal salmista, lo ha inspiegabilmente abbandonato. Egli sente una distanza tra lui e Dio, anzi un rifiuto di cui egli chiede ragione a Dio stesso.

Tuttavia nel momento in cui si sente respinto da Lui, non smette di invocarlo ripetutamente: “mio Dio”, perché rimane in lui, nonostante tutto, la certezza di un’appartenenza assoluta, di un’alleanza infrangibile tra di loro. Ecco perché bisogna stare attenti quando diciamo questo; il fatto che lo dica nonostante tutto, non spezza un legame. Quale ricchezza ci comunica questo salmo fin dal primo versetto: saper affrontare il dialogo con Dio anche quando Egli non risponde a questo grido incessante dell’uomo e anche quando questo silenzio è inspiegabile!

Qui non sembra esserci di mezzo un peccato da parte dell’orante, non è detto, poi in bocca a Gesù… È veramente grande questa capacità di sintetizzare assieme dolore e speranza, per cui anche il dolore causato dal rifiuto di Dio viene portato davanti a Lui, viene portato sempre davanti a Lui. 

Non sono quindi, queste, parole di disperazione, ma di somma speranza, perché soltanto chi spera nel modo più intenso, porta davanti a Dio perfino il dolore per essere stato respinto da Lui. Perché vuol dire che, nonostante il fatto che Dio l’abbia abbandonato, spera sempre che possa tornare ad ascoltarlo. Non perde la speranza, nonostante tutto.

La grandezza di questo salmo sta anzitutto proprio in questo.

Ci viene allora spontanea una domanda: dove trova la forza l’orante, il salmista per avere tanta speranza? Come fa a sostenersi in questo atteggiamento?

 

Al v. 6 c’è una rievocazione molto bella del passato di Dio con il suo popolo. Per avere speranza contro ogni speranza, il salmista si rivolge a quel patrimonio unico di fede.

 

Parto dal v. 4:

 

4Eppure tu abiti la santa dimora,

tu, lode di Israele.

5In te hanno sperato i nostri padri,

hanno sperato e tu li hai liberati;

6a te gridarono e furono salvati,

sperando in te non rimasero delusi.

 

Per sostenersi nell’invocare Dio, che si è allontanato, a ritornare, il salmista rievoca anzitutto il passato glorioso della storia salvifica tra Dio e il suo popolo. Quando questi lo ha invocato gridando a Lui dalla schiavitù e confidando in Lui, Dio ha risposto liberandolo.

Ecco perché, mentre sto vivendo questo momento difficile, non posso dimenticare che Tu a suo tempo hai visto il lamento di questo popolo schiavo e l’hai liberato, rivelandoti come il Santo, il Re e Signore della storia.

Quindi nei momenti bui possiamo alimentare la fiducia e la speranza personale andando ad attingerle al patrimonio inesauribile della storia della salvezza, scoprendo che altri hanno sperimentato e patito la prova e Dio ha risposto al loro grido.

 

C’è un passato del popolo di Dio di cui mi devo sempre appropriare, soprattutto nei momenti di crisi. È il momento in cui bisogna riscoprire gli eventi fondamentali della nostra speranza. E proprio questo insegna a fare il nostro salmista, quando richiama alla memoria l’atto di nascita del popolo di Israele, della sua liberazione dall’Egitto, quando imparò che a confidare in Dio, a invocarlo non si resta delusi.

Alla memoria del passato di salvezza si contrappone di nuovo la situazione presente, talmente sconsolante che quasi quasi cancella tutto. Leggendo i vv. 7-9 abbiamo una serie di terribili contrasti:

 

7Ma io sono verme, non uomo,

infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.

8Mi scherniscono quelli che mi vedono,

storcono le labbra, scuotono il capo:

9«Si è affidato al Signore, lui lo scampi;

lo liberi, se è suo amico».

 

Io non sono nemmeno un uomo, tu sei il Santo. Io verme della terra. Tu lodato negli inni, io deriso.

È vero si è rivolto al passato glorioso di Dio, del suo popolo  per ricavarne motivo di speranza, ma in realtà l’orante, dopo aver meditato la storia della salvezza, si scopre in una situazione talmente opposta, diversa, si sente talmente isolato da Dio, dal suo popolo al punto di domandarsi: sono io ancora partecipe di questo patrimonio di fede del mio popolo? Si vede una specie di scomunicato da questo popolo, sembra che tutti lo disprezzino, come un abbandonato, un maledetto da Dio.

L’appartenenza a Dio e al suo popolo è per lui certamente il bene più prezioso e più caro, che però proprio in questa sua situazione di emarginato, di scomunicato, di rifiutato, lo costringe a ricercare un nuovo elemento di sostegno in questa sua difficile preghiera.

 

Di nuovo il salmista si rivolge al passato, non più però a quello comunitario di un popolo, dal quale si sente escluso, estraniato, ma quello più personale, più proprio, che gli appartiene in modo indiscusso, inalienabile:

 

10Sei tu che mi hai tratto dal grembo,

mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.

11Al mio nascere tu mi hai raccolto,

dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.

 

Sembra che Dio abbia fatto un po’ da levatrice.

Qui ritrova l’esperienza originaria della sua fiducia in Dio, proprio nel momento stesso della sua nascita.

 

10Sei tu che mi hai tratto dal grembo,

 

in braccio a mia madre mi hai insegnato a fidarmi.

A te fui consegnato fin dal grembo 

 

dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.

 

Alla memoria della nascita del popolo di Dio, avvenuta con il primo atto di fede comunitario nel Signore, segue la memoria della propria personale nascita, come primo atto di fede individuale in Lui.

Notate quanto questo orante sia determinato nello sforzo di ritrovare il suo legame più originario e più sicuro con Dio.

È un discorso di fede molto interessante, molto vero anche quello, però in questi due versetti 10 e 11 credo sia racchiuso un ricchissimo messaggio: ci viene detto anzitutto che la fede in Dio è un’esperienza radicata nel profondo, alla radice dell’esperienza umana, addirittura da quando l’uomo viene alla luce. Dall’attimo in cui sono nato, la mia vita è in mano tua.

La fede dell’uomo in Dio coincide con la nascita della sua vita.

Il rapporto tra Dio e l’uomo è tanto profondo da comportare un riferimento radicale, al momento originale della mia esistenza. Si instaura nel momento in cui viene al mondo come soggetto autonomo e indipendente questo radicale riferimento.

Ecco perché anche l’uomo, che Dio ha abbandonato, può comunque continuare ad invocare Lui come mio Dio, perché ogni uomo che nasce è legato originariamente a Dio.

 

In che senso la nascita può essere intesa come una prima esperienza di fede?

Dovremmo ricordarci tutti che la nascita è sempre un’esperienza in qualche modo traumatica. La psicologia contemporanea ha osservato che un bimbo espulso dal grembo materno percepisce questo suo esodo come un trauma, una certa violenza. Nascendo siamo staccati da questo ambiente protettivo, anche se limitato, del grembo materno, dentro il quale siamo stati custoditi tutti per nove mesi. Siamo proiettati in un mondo di ben più larghi orizzonti, ma certamente più insicuro, più difficile, all’interno del quale dobbiamo imparare a trovare nuove sicurezze per crescere come persone autonome e libere, per affrontare gli altri, per misurarci responsabilmente con la storia.

 

Proprio in questo momento il salmista scopre la presenza di Dio come di colui che si fa carico, non solo del miracolo di una nuova vita, che prende forma (Sei tu che mi hai formato nel grembo di mia madre, v. 10), ma in questo caso nel divenire adulto dell’uomo. Dio non vuole un uomo che resti rinchiuso nel grembo materno ma, al contrario, vuole che l’uomo nasca, diventi capace di fidarsi in questo rapporto personale, autonomo, non più nell’utero materno, ma in braccio a sua madre, dove impara cosa sia fede nell’abbandono fiducioso nelle sue mani. 

Gettandoci in braccio alla propria madre, dice il salmo, non compiamo un gesto puramente naturale, ma siamo già oggetto dell’amorosa pedagogia di Dio, che in quanto Padre celeste ci insegna la fiducia in Lui, volendoci affidati alla nostra madre terrena. Nel rapporto naturale che da bambini instauriamo con nostra madre Dio ci educa in qualche modo alla fede in Lui, ci fa scoprire la sua presenza paterna: A te fui consegnato fin dal grembo materno. Al v. 11: Al mio nascere tu mi hai raccolto

 

dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.

 

È normalmente riconosciuto anche dai commentatori, con una specie di formula di adozione, l’uomo che nasce è voluto da Dio come proprio figlio.

Al ricordo della nascita del popolo, segue il ricordo della sua nascita.

È più radicale ancora questo legame per cui in ogni circostanza posso dire: “Mio Dio”. Quindi il riferimento all’esperienza della nascita acquista una forza particolarmente intensa, diventa un simbolo di quanto profondamente Dio sia legato alla vita dell’uomo.

 

Questa seconda riflessione portata sul passato più personale del salmista contiene un’esperienza che ha dimensioni universali, inalienabili, perché tocca quel nascere che ogni uomo ha sperimentato come esperienza originaria della fiducia in Dio.

Su questa base trova la forza di una breve domanda perché Dio gli ritorni vicino, liberandolo dall’angoscia:

 

12Da me non stare lontano,

poiché l’angoscia è vicina

e nessuno mi aiuta.

 

C’è poi una parte abbastanza lunga, dal 13 al 19, in cui di nuovo il presente assilla il salmista. È il presente di un uomo che si sente assediato dai nemici, attorniato da uomini bestiali. Si parla di nemici come di belve, tori, cani, leoni. Che cosa ci dicono queste immagini apparentemente estranee? Che l’uomo quando diventa nemico dell’altro uomo appare come una bestia feroce. È percepito da lui nei tratti di un essere disumano, che attenta alla sua vita.

È un invito a rimeditare sul senso di che cosa diventiamo per l’altro quando gli siamo nemici, quando aggrediamo la sua persona.

Nello stesso contesto

 

15Come acqua sono versato,

sono slogate tutte le mie ossa.

 

Viene descritto il venir meno della vita di quest’uomo, che ormai si sente esausto, privo di ogni vita. Le ossa, il cuore, la lingua sono organi che non funzionano più; sono modi per dire che è tutto quanto l’uomo che sta morendo. Le ossa che si smuovono: è la forza che svanisce; il cuore che fonde come cera: è la coscienza che si appanna, la volontà che si paralizza; la lingua che si incolla alla gola: l’incapacità a comunicare.

 

3) Il nome di Dio è quello di cui abbiamo fatto esperienza

 

Col v. 22 abbiamo la svolta, è la svolta del salmo, con cui passiamo dal lamento alla lode.

Come questo sia avvenuto non è descritto.

Ci sono tre cerchi concentrici: 

  • c’è l’invito e la lode ai fratelli 
  • c’è la conversione di tutti i popoli al regno del Signore 
  • c’è una conversione più grande: finalmente Dio che non rispondeva, ora ha finalmente risposto.

In che modo, non sappiamo, è lasciato al mistero del colloquio tra Lui e l’orante. Non sempre si può esprimere tutto, c’è qualcosa anche di indicibile nell’esperienza personale. Sta di fatto che è avvenuto questo colloquio misterioso tra Dio e l’orante. 

 

Primo cerchio

Ciò che invece viene detto espressamente è che, una volta salvato, quest’uomo ritrova la gioia di lodare Dio, di testimoniarlo entro quella sua comunità che lo considerava come uno scomunicato dal popolo, un maledetto da Dio.

 

23Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,

 

prima si sentiva isolato, scomunicato. Nel popolo può nuovamente vedere i suoi fratelli ed è ai fratelli che si rivolge per annunciare la lode di Dio:

 

ti loderò in mezzo all’assemblea.

24Lodate il Signore, voi che lo temete,

 

questo è il primo cerchio di risonanza aperta alla lode dell’uomo salvato da Dio.

Da notare che i primi destinatari della lode sono i fratelli della sua comunità. Vengono invitati a un banchetto che non è metaforico, perché chi veniva salvato quando si impegnava a lodare Dio faceva anche, ringraziandolo, un banchetto offerto agli amici, ai parenti, alle persone bisognose del popolo.

 

27I poveri mangeranno e saranno saziati,

loderanno il Signore quanti lo cercano:

 

È un invito a riaggregarsi nella comunità a livello più immediato.

 

Secondo cerchio

Poi il cerchio successivo – vv. 28-30 – si dilata a un orizzonte ancora più universale.

Questo salmo parla del regno di Dio e lo si vede bene nei versetti 28-30. Addirittura la lode di quest’uomo fa qualcosa che darà occasione a una conversione universale di tutte le nazioni,

 

28Ricorderanno e torneranno al Signore

tutti i confini della terra,

si prostreranno davanti a lui

tutte le famiglie dei popoli.

 

che sarà l’occasione per l’instaurarsi del Regno di Dio.

Perfino il regno della morte sarà finalmente spodestato, sottomesso al Signore.

Anche nella sua seconda parte le dimensioni assunte da questo salmo sono enormi, assolute, superano quella che può essere la possibilità nella testimonianza di lode di un qualsiasi uomo salvato da Dio.

 

Ecco perché dicevamo che solo il Cristo riempie questo salmo.

Eppure quest’uomo che è stato veramente salvato da Dio, che parla della sua esperienza ha avuto un’intuizione formidabile, ha capito che c’è qualcosa di più anche nella sua esperienza. O, comunque, lo Spirito Santo si è servito di lui per dire questo.

In fondo questo salmo è precedente a Gesù.

 

Terzo cerchio

Poi un ultimo grande orizzonte si apre: la discendenza di questo uomo che si farà carico di annunciare la salvezza e l’opera del Signore alle generazioni future.

L’ultimo grande cerchio si apre sul futuro della storia. E notate come l’annunzio domina tutta la seconda parte del salmo, che comincia con

 

23Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,

 

e finisce dicendo

 

alla generazione che viene;

32annunzieranno la sua giustizia;

 

Tutta questa lode, destinata a servire l’annuncio, ci ricorda che la predicazione, qualunque essa sia, per essere valida, convincente, deve partire dalla lode di Dio.

È possibile parlare di Dio solo dicendo a tutti ciò che Dio ha fatto per noi, ciò che io ho sperimentato di questo Dio, evidenziando, anche attraverso la nostra lode ammirata, riconoscente, la grandezza delle sue opere.

 

4) È il Salmo della Passione

 

Adesso tocchiamo un punto fondamentale: questo salmo è sulla bocca di Gesù morente.

Resta da chiedersi che significato abbia questo salmo, ultima parola sulla bocca di Gesù crocifisso. È il mistero più grande, a cui ci si deve accostare con atteggiamento adorante, contemplativo, meditante.

C’è un complesso numero di problemi su questo punto.

 

Prima di tutto ci si chiede se Gesù veramente abbia pronunciato questo salmo.

E, in secondo luogo, come l’abbia pronunciato.

Mi pare sufficientemente probante, gli indizi lo comprovano, come la preghiera sia effettivamente scaturita dalle sue labbra sulla croce leggendo il testo di Marco che dice: “alle tre Gesù gridò a gran voce: Eloì, Eloì lamà sabactanì? che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (15,34). Lui lo dice in aramaico, quindi la scritta è in forma aramaica, tipica della tradizione più antica dei detti di Gesù; difficilmente quindi può essere una creazione della comunità primitiva, che non si sarebbe arrischiata a interpretare così audacemente la morte di Gesù come abbandono del Padre, se lui stesso per primo non l’avesse detto.

 

Resta da chiederci come Gesù l’abbia pregato: ha rivolto a Dio l’angosciosa domanda con cui si apre, oppure ha recitato tutto il salmo, comprendendo anche la parte della lode?

Non è una questione di poco conto.

Nel primo caso la morte di Gesù assumerebbe un tono che sembra eccessivamente drammatico e, secondo alcuni, poco compatibile con la sua condizione divina.

Nel secondo caso questo rischio sarebbe evitato.

Così molti studiosi si sono sentiti quasi obbligati a scegliere quest’ultimo caso, considerando che se sulla sua bocca la domanda angosciosa “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” fosse risuonata isolata, ci sarebbe il rischio di fare di Gesù un disperato, proprio nel momento in cui era giunto al momento decisivo della sua missione.

 

Questo rischio viene evitato se si sostiene che Gesù ha pregato tutto il salmo. In questo caso ha espresso la certezza di essere esaudito e dal lamento anche lui è passato alla lode.

Per non fraintendere Gesù come un disperato basterebbe ricordare che questo salmo, proprio in quanto salmo di lamento, è di per sé espressione di somma e grandiosa speranza già solo nel suo versetto iniziale, come abbiamo sottolineato all’inizio.

 

Il pensare all’eventualità di un Gesù disperato perché muore pregando questo versetto, significa introdurre un’interpretazione arbitraria, che non tiene conto del genere letterario ben noto ad ogni ebreo, e quindi anche per Gesù la preghiera di lamento è di per sé la negazione della disperazione, per quanto angosciosa possa essere, perché tu ti rivolgi sempre a un “Dio mio”, che nonostante tutto rimane il tuo Dio. Non è la preghiera di un disperato.

Per il fatto stesso di pregare un salmo di lamento mentre moriva, un qualsiasi ebreo, e a maggior ragione Gesù, non manifestava disperazione, ma in ogni caso manifestava fiducia in Dio. Questo salmo è stato pregato certamente prima di lui da un orante e Gesù in questo momento lo fa suo.

Chi sostiene che Gesù avrebbe recitato tutto il salmo ha fatto ricorso a questo argomento. Al tempo di Gesù citare il versetto iniziale della Scrittura voleva richiamare l’intero passo in questione, anche se ben difficilmente si può pensare che sulla croce Gesù ha recitato per intero questo lungo salmo.

 

Bisogna ammettere che Egli abbia riferito a sé il suo significato globale, non nel senso che sulla croce abbia potuto passare dall’angoscia alla gioia. I testi evangelici non sembrano favorire questa lettura. Ma non sembra molto probabile pensare che crocifisso in mezzo a due ladroni, al posto di un brigante, mentre si fa carico sul suo corpo del peccato del mondo e muore per noi, Gesù possa aver spazio per sentimenti di esultanza. Per lui la croce fu una spaventosa sofferenza. Basta leggere il capitolo 5 della lettera agli Ebrei.

Non a caso è un salmo nel quale non ci sono imprecazioni contro i nemici, che invece compaiono molto spesso nei salmi di lamento.

Non a caso Gesù ha scelto questo salmo perché bene si adattava a questo atteggiamento di non risentimento nei confronti dei suoi persecutori: “Padre, perdona loro”, ma soprattutto ricordiamoci come questo salmo si conclude con ciò che Gesù ha avuto di più caro nelle sue predicazioni come l’annuncio del Regno di Dio.

 

Credo si possa dire che tutto il Salmo 22 contenga molto bene i contenuti dei momenti essenziali della missione di Gesù.

 

Conclusione

 

Ma vorrei arrivare a delle conclusioni educative per noi.

Se volessimo sintetizzare il senso di questo grido pregato e vissuto da Gesù, potremmo forse trovarlo in tre parole: solidarietà, unicità, scambio.

Vediamo cosa vogliono dire queste tre parole.

 

Solidarietà 

È il senso dell’angoscia con il quale Gesù fa sua, più di qualunque altro, l’esperienza dell’abbandono a Dio e dell’abbandono di Dio. In quanto obbediente fino alla morte e alla morte di croce, è solidale con tutti coloro che si sono affidati totalmente al mistero di Dio, percepito in tutta la sua oscurità. Ma mentre è il prototipo di tutti gli obbedienti, lo è anche di tutti gli abbandonati da Lui.

Bonhoeffer dice: qui sembra che Gesù muoia, quasi un senza Dio, un ateo, quasi per recuperare, per essere solidale con tutte le persone che apparentemente muoiono senza Dio. Ha voluto essere solidale anche con questi tipi di persone. Quindi c’è questa grande solidarietà.

 

Ricordiamo che la morte di croce è quella dell’uomo che Dio e il suo popolo hanno respinto e che in croce Gesù si è fatto solidale con tutti coloro che hanno patito il rifiuto dei propri fratelli. È il misterioso silenzio di Dio, che non interviene a liberare il suo fedele innocente come noi ci aspetteremmo.

È un momento drammatico, ma qui riassume tutte le persone che hanno vissuto questa situazione. In Lui si realizza la solidarietà a quel patrimonio incalcolabile di sofferenza innocente. In Lui, l’innocente per eccellenza, si realizza la solidarietà a quel patrimonio incalcolabile di sofferenza innocente, umanamente inspiegabile e assurda. In Lui la sofferenza originaria contenuta nei salmi trova il suo più pieno compimento, in ragione del fatto che il patire di ogni uomo è condiviso da colui che, pur essendo di condizione divina, “non considerò un privilegio l’essere a pari di Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, divenendo simile agli uomini. Messo alla prova come uomo umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2).

Mi pare che questo aspetto della solidarietà è un fatto molto importante, molto bello anche per noi, ma in questa solidarietà radicale all’angoscia più profonda dell’uomo, Gesù si rivela anche nella sua assoluta unicità.

 

Unicità

Anche questo è un passaggio splendido: chi interroga Dio per essere stato abbandonato, non è un peccatore qualsiasi, non è un uomo qualsiasi, ma colui che nel battesimo si era sentito gratificare dallo Spirito del Padre, interpellare da Lui: “Tu sei il mio Figlio, in te mi sono compiaciuto”. In lui c’era questa consapevolezza che non c’era in nessun altro. Qui c’è l’assoluta unicità di Cristo.

 

Chi interroga Dio in quel modo è colui che è consapevole, colui che nel battesimo si era sentito gratificare dallo Spirito del Padre: “Tu sei mio Figlio”. Quindi Gesù non è solo il Figlio di Dio che si è fatto solidale con noi peccatori, abbandonati da Lui, ma è l’unico che può sapere cosa sia veramente l’abbandono di Dio. È Lui l’unico consapevole, è Lui veramente il Figlio, proprio perché è Lui che può conoscere fino in fondo l’amore del Padre che l’ha unito per tutta la vita.

Possiamo capire la sofferenza radicale che Gesù in quel momento sentiva, perché era l’unico che aveva sperimentato fino in fondo più di tutti gli altri l’amore del Padre, era l’unico che, nello Spirito, poteva dirgli: “Abbà, Papà mio”. Proprio per questo sulla croce è anche colui che sa cosa significa essere abbandonati da Lui.

 

Notate che fino al Getsemani Gesù ha pregato dicendo: “Abbà”, secondo la sua preghiera unica, preferita, mentre sulla croce lo sentiamo invocare questo comune: “Dio mio”. Quasi quasi fa un passo indietro, rinunciando a evidenziarsi di fronte al Padre come il Figlio, perché sa che in questo momento il Padre lo vuole abbracciato all’umanità peccatrice di cui porta tutto il male e di cui assume il linguaggio più comune, scambiandosi con essa.

Quante cose splendide ci sono in questo grido!

 

Scambio

Usa questo termine comune perché il Padre lo vuole abbracciato all’umanità peccatrice di cui Lui porta il peso e assume il linguaggio: “Dio mio”, scambiandosi con essa.

È il grande mistero con cui Gesù, solidale alla nostra umanità si appropria di ciò che appartiene a noi e ci dona ciò che appartiene a Lui.

In questo momento avviene un’altra cosa misteriosa: sulla sua bocca il grido dell’umanità abbandonata, lontana da Dio subisce una radicale trasformazione e da invocazione angosciosa diventa rivelazione. Allora il centurione, un pagano, che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era figlio di Dio”. Da dove veniva tutto ciò a questo pagano? È un mistero grande, mirabile.

 

In croce Gesù, il Figlio, prega come pregherebbe ogni uomo, rinuncia anche alla gloria della sua invocazione preferita, rinuncia a questa sua prerogativa personale, qualificante e, proprio mentre sparisce, si rivela in tutta la sua evidenza filiale al centurione, che ha diretto la sua esecuzione capitale.

Al momento del battesimo solo il Padre sapeva chi era Gesù e solo Gesù possedeva lo Spirito santo, ma nel momento in cui Gesù spira – dopo averlo umilmente invocato, emisit spiritum – anche l’umanità pagana riconosce che è il Figlio amato dal Padre, questa umanità pagana trasformata dallo Spirito che Gesù le trasmette con l’atto stesso della sua morte.

Capite perché anche un pagano comincia a dire: “Veramente costui era il Figlio di Dio!

 

Tutto questo è il mistero dell’amore, come comunicazione di ciò che è unico.

Venendo la sua ora questo Spirito è comunicato. Condividere ciò che è unico, è veramente divino e la fede ci insegna che questa è proprio la missione dello Spirito Santo: inscrivere nel popolo l’inconfondibile volto del Cristo.

Ecco perché il nostro cammino è una progressiva assimilazione del Cristo attraverso lo Spirito Santo che vibra nelle Scritture.

 

Matteo e l’epistola agli Ebrei non si sbagliano quando interpretano questo salmo e lo utilizzano per dire che il Cristo si è trovato veramente dei fratelli, non si vergogna a chiamarci fratelli; basta prendere in mano queste ultime considerazioni che abbiamo visto a mo’ di conclusione: questo discorso della solidarietà, della unicità e dello scambio.

 

Possiamo leggere questa preghiera come il salmo della passione, ma anche della risurrezione. È il salmo del Cristo primogenito di una moltitudine di fratelli, quindi possiamo attraversare anche noi questi momenti di solitudine, di abbandono, però abbiamo lui davanti che ci insegna come pregare questo salmo. Lui è il primogenito di una moltitudine di fratelli e sono molti che hanno fatto l’esperienza della sofferenza, pur essendo giusti e santi. Possiamo dire che è il loro salmo, come lo è di Cristo. Quando accennavamo a quel patrimonio di umanità innocente sofferente, possiamo far posto a questi sentimenti.

 

Ma il salmo parla anche di risurrezione, è il salmo della nostra speranza, perché proprio la nostra sofferenza è stata assunta da Cristo. La sua risurrezione sarà assunta da noi, diventerà possibile anche per noi. In questo senso questo salmo 22 (21) che parla dell’angoscia estrema, diventa anche il salmo della speranza salda. È un salmo pasquale, uno dei grandi salmi pasquali. Ce ne sono degli altri, ma questo ci introduce in modo mirabile al tempo che ci sta davanti, pensiamo alla Settimana Santa, al mistero del Giovedì e del Venerdì santo, in questa prospettiva di speranza e di risurrezione.

 

È un salmo molto interessante, basta percepire, portarsi dietro qualche idea. È da rileggere adagio, con calma per assimilarlo ed è anche un grande aiuto per il nostro quotidiano, per la nostra vita.

 

In queste lectio non basta cogliere i contenuti. Questi contenuti devono alimentarci, farci respirare, devono darci una speranza, accomunarci veramente al nostro Signore, del quale siamo tutti discepoli, seguendolo giorno per giorno.

Pietà di me, o Dio,

secondo la tua misericordia

Salmo 51 (50)

 

Preghiamo

 

O Dio, che salvi i peccatori 

e li chiami alla tua amicizia, 

volgi verso di Te i nostri cuori

e donaci il fervore del tuo Spirito, 

perché possiamo essere saldi nella fede

e operosi nella carità.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

 

Quando sentiamo parlare dei salmi penitenziali ci viene subito in mente il salmo Miserere. Il nome viene proprio dalla prima parola della traduzione latina Abbi pietà, Miserere.

In questo pomeriggio vogliamo sostare su questo salmo (siamo in Quaresima) perché metta nel nostro cuore il desiderio di essere anche noi purificati, rigenerati dal Signore e ci faccia consapevoli anche del bisogno che abbiamo di un cuore nuovo, di uno spirito nuovo, dello Spirito di Dio che diventi sorgente dei nostri pensieri, delle nostre decisioni.

Chiediamo al Signore che possa suscitare sentimenti giusti nel nostro cuore, soprattutto il desiderio di sincerità che il salmo esprime: “Tu vuoi la sincerità del cuore e nell’intimo mi insegni la sapienza”.

Quindi il Signore ci dia questa sincerità e sapienza profonda.

 

Leggiamo il testo.

 

Salmo 51 (50)

*** Miserere ***

 

1Al maestro del coro. Salmo. Di Davide. 

2Quando venne da lui il profeta Natan dopo che aveva peccato con Betsabea. 

 

3Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;

nella tua grande bontà cancella il mio peccato.

4Lavami da tutte le mie colpe,

mondami dal mio peccato.

5Riconosco la mia colpa,

il mio peccato mi sta sempre dinanzi.

6Contro di te, contro te solo ho peccato,

quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto;

perciò sei giusto quando parli,

retto nel tuo giudizio.

 

7Ecco, nella colpa sono stato generato,

nel peccato mi ha concepito mia madre.

8Ma tu vuoi la sincerità del cuore

e nell’intimo m’insegni la sapienza.

 

9Purificami con issopo e sarò mondo;

lavami e sarò più bianco della neve.

10Fammi sentire gioia e letizia,

esulteranno le ossa che hai spezzato.

 

11Distogli lo sguardo dai miei peccati,

cancella tutte le mie colpe.

 

12Crea in me, o Dio, un cuore puro,

rinnova in me uno spirito saldo.

13Non respingermi dalla tua presenza

e non privarmi del tuo santo spirito.

14Rendimi la gioia di essere salvato,

sostieni in me un animo generoso.

 

15Insegnerò agli erranti le tue vie

e i peccatori a te ritorneranno.

16Liberami dal sangue, Dio, Dio mia salvezza,

la mia lingua esalterà la tua giustizia.

17Signore, apri le mie labbra

e la mia bocca proclami la tua lode;

18poiché non gradisci il sacrificio

e, se offro olocausti, non li accetti.

19Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,

un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi.

 

20Nel tuo amore fa grazia a Sion,

rialza le mura di Gerusalemme.

21Allora gradirai i sacrifici prescritti,

l’olocausto e l’intera oblazione,

allora immoleranno vittime sopra il tuo altare.

 

1) Introduzione

 

Questo salmo ha un titolo che dice:

 

1Al maestro del coro. Salmo. Di Davide. 

2Quando venne da lui il profeta Natan dopo che aveva peccato con Betsabea. 

 

Secondo gli studiosi dal punto di vista storico-critico il salmo appartiene al tempo del dopo esilio. Siamo intorno al VI secolo, inizio V secolo a.C.

Questo titolo per noi è molto prezioso perché ci aiuta a collocare la preghiera, il Miserere dentro un caso concreto, di cui parla la Scrittura (2Sam, 11-12), che diventa per molti aspetti un caso esemplare. Penso che i fatti li sappiate, ma li ricordiamo brevemente: Davide è stato sedotto dalla bellezza di Betsabea e ha commesso con lei adulterio, poi per nascondere l’adulterio ha fatto ammazzare il marito di Betsabea, Uria l’Ittita. Quindi adulterio e omicidio. Gerusalemme è una piccola città e tutti un po’ alla volta vengono a sapere tutto di tutti. Quello che Davide ha fatto lo sanno tutti, però tutti tacciono, nessuno dice. Davide è il re e parlare contro il re è pericoloso. Tutti bisbigliano, nessuno parla tranne uno. È vero che Davide è il re di Gerusalemme e di Giuda, ma non è un assoluto, c’è un re sopra di lui che è il Signore e al Signore spetta il giudizio e il mantenimento della giustizia all’interno del suo popolo. Dunque il Signore manda a Davide il profeta Natan come suo rappresentante. 

 

2) Sentenza di Dio contro Davide, attraverso il profeta Natan

 

E Natan racconta una parabola: la storia di un ricco e di un povero, di un ricco che ruba al povero l’unica pecora che possedeva, che era tutta la sua vita e Davide, re supremo e anche magistrato dello Stato, nelle cui mani sta la giustizia di Israele, a sentire questa narrazione emette una sentenza: “Chi ha fatto questo è degno di morte”.

A questo punto Natan svela tutto con quelle parole: “Sei tu quell’uomo. Tu sei quell’uomo!”. Vuol dire: la sentenza che tu hai pronunciato è giusta, ma cade sopra di te. Sei tu degno di morte per quello che hai compiuto.

Quindi la sentenza di Dio è pronunciata attraverso il profeta Natan.

Si capisce allora la preghiera:

 

3Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;

nella tua grande bontà cancella il mio peccato.

4Lavami da tutte le mie colpe,

mondami dal mio peccato.

5Riconosco la mia colpa,

il mio peccato mi sta sempre dinanzi.

 

Incomincia con la richiesta di grazia di chi è sotto un giudizio di morte, di chi è condannato a morte, e sa che quella condanna l’ha emessa lui. Esprime in fondo la sua angoscia, il suo grido; sfoga una realtà che ha represso a lungo.

 

Per tanto tempo Davide ha tenuto dentro di sé il suo peccato, l’ha tenuto nascosto per quanto poteva, perché in realtà tutti in qualche modo sapevano, ma era un mistero nascosto che Davide custodiva dentro di sé.

Ora no, è stata una liberazione anche per lui, adesso può sfogarsi. È stato smascherato dalla rivelazione del Signore attraverso la parola del profeta.

A volte veramente ci vuole la Parola di Dio per smascherarci. Da solo, forse, Davide non ci sarebbe arrivato, non avrebbe avuto il coraggio. La parola del profeta lo smaschera. Quindi può lasciar sfogare tutto quanto aveva dentro.

 

Dunque Davide parlerà del suo peccato, lo riconoscerà con semplicità e con umiltà davanti al Signore.

Le prime parole che escono non riguardano il peccato:

 

3Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;

nella tua grande bontà cancella il mio peccato.

 

3) L’Amore leale e viscerale di Dio

 

Davide mette avanti la misericordia, la bontà di Dio. Sono due parole che esprimono una l’amore leale di chi ha preso un impegno (Dio nei confronti di Israele si è preso un impegno di fedeltà. Dio è sempre fedele), l’altra, l’amore viscerale di una madre per il suo bambino, per quello che ha portato nove mesi nel grembo, quell’amore viscerale che va al di là, che va al fondo di ogni calcolo e di ogni ragionamento.

Ebbene, Davide fa appello all’amore leale e viscerale di Dio.

 

4) Peccato come tradimento, errore

 

Il peccato è un tradimento della fedeltà di Dio.

L’amore di Dio è infinito come quantità, ricco di tenerezza come qualità, perché è paterno e materno insieme

 

3secondo la tua misericordia;

secondo quanto è giusto per la tua misericordia, secondo le caratteristiche della tua misericordia. 

Allora:

cancella il mio peccato.

 

5) Il perdono è cancellare, lavare, mondare

 

Nel testo originale del salmo vengono dati tre termini diversi: cancella il mio peccato, lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato. In italiano ci sono due termini: peccato e colpa, mentre in ebraico ce ne sono tre.

 

Il primo indica la ribellione, il tradimento. Il peccato va contro un legame, contro un impegno, contro una fedeltà che noi abbiamo con il Signore. È il nostro Signore, noi siamo il suo popolo. Quindi il peccato è un vero e proprio tradimento verso colui al quale abbiamo giurato fedeltà e amore.

 

Il secondo vocabolo è la colpa, il venir bene della bellezza, dell’armonia della persona umana, il ripiegarsi meschinamente su di sé, deformando la propria figura umana.

 

Il terzo: il peccato è errore, è fallimento, è come l’arco che dovrebbe scoccare la freccia perché raggiunga il bersaglio, ma è un arco dalla corda allentata e la freccia non arriva al bersaglio, si perde per strada e cade prima del bersaglio. Così è il peccato. La tensione che l’uomo ha verso il compimento della sua vita in realtà si perde nell’errore, nell’abbandono.

 

Il perdono è cancellare, lavare,  mondare. Quando Dio perdona, cancella, dimentica. Noi facciamo fatica a dimenticare. Dio dimentica, perché si ricorda di noi le cose più belle e non quelle brutte.

E come ci sono tre termini per indicare il peccato, ce ne sono altrettanti per indicare il perdono: cancellami, lavami,  mondami.

 

Cancella: il peccato è come qualcosa che viene scritto dentro l’esistenza dell’uomo, della sua storia.

Abbiamo bisogno che Dio solo lo possa cancellare, in modo che la nostra esistenza possa ritrovare la sua limpidezza originaria.

 

Lavami dice la pulitura di qualche cosa. Se pensate a come una volta si faceva il bucato, quando non c’erano i detersivi che abbiamo adesso, e le stoffe dovevano essere ribattute per essere private dallo sporco che le aveva un po’ trasformate, capite cosa vuol dire questo “lavami”. È veramente uno sfregare profondo, va in profondità con una forza, una violenza che sia sufficiente a togliere il male che mi porto dentro.

 

Mondami vuol dire la purificazione. 

Il peccatore chiede: pietà di me, lavami, mondami.

Al peccatore è richiesta una condizione di sincerità nel riconoscere la gravità del suo peccato.

Dunque: mondami dal mio peccato, ma per questo è richiesta una condizione, cioè la sincerità. E qui viene fuori un aspetto stupendo del Miserere. È forse l’aspetto positivo della figura di Davide, perché per certi aspetti Davide è una figura un po’ ambigua, bella e brutta insieme, ricca di fede ma anche di fragilità, di debolezza umana.

 

5Riconosco la mia colpa,

il mio peccato mi sta sempre dinanzi.

6Contro di te, contro te solo ho peccato,

quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto;

perciò sei giusto quando parli,

retto nel tuo giudizio.

 

Per capire bene queste parole dovremmo supporre una specie di contesto giudiziario. Quando si fa un patto con qualcuno e la controparte è stata infedele al patto, la si può citare in giudizio portando contro di lei tutte le prove, in modo che si dimostri che io ho ragione della causa, della querela e faccio esposto nei suoi confronti.

Ebbene, uno dei temi della Bibbia è proprio questo: Dio sporge querela contro Israele, c’è un patto, un impegno di fedeltà.

Quando Israele viene meno alla fedeltà di questo patto, Dio lo convoca e lo chiama in giudizio e Israele in qualche modo deve difendersi. Ma il modo giusto per difendersi davanti a Dio è uno solo, la confessione, la manifestazione della propria colpa.

È il dire: hai ragione Signore a chiamarmi in giudizio, ho peccato, la colpa è dalla mia parte. Ed è proprio quello che dice il salmo: 

 

Riconosco la mia colpa.

Sei giusto quando parli,

retto nel tuo giudizio.

 

Hai ragione, il torto è mio. Quel “riconosco la mia colpa” vuol dire riconosco di aver torto, ma significa anche che ne ho conosciuto la gravità, la sensatezza.

 

C’è una frase famosa di sant’Anselmo d’Aosta, probabilmente un dialogo con un monaco, quando si parla della redenzione, del perché Dio si è fatto uomo per redimere. Lui dice: “Non hai ancora capito, non ha ancora pesato quanto sia grave il peccato? Ebbene, il Miserere nasce da uno che il peccato lo ha conosciuto; non solo lo ha sperimentato, ma ne ha misurato nel cuore tutta l’amarezza, l’angoscia, la degradazione che comporta. Sa che cosa vuol dire il peccato e se lo trova sempre davanti, come un muro che non riesce a superare, come un ostacolo che lo opprime, lo angoscia.

 

il mio peccato mi sta sempre dinanzi.

 

E può dire:

6Contro di te, contro te solo ho peccato,

quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto;

 

chiaramente non vuol dire che il peccato non sia contro i fratelli, il peccato di Davide è evidentemente contro i fratelli, ma qualunque peccato in realtà è prima di tutto contro Dio, perché è Lui che ha stabilito questa armonia, questo ordine tra i fratelli. Ha la gravità e la profondità del toccare Dio stesso.

Agostino nei suoi commenti dice: “Poiché noi tutti siamo diventati membra di Cristo, come non pecchi contro Cristo tu che pecchi contro tuo fratello che è membro di Cristo?’. Nessuno perciò dica: ‘Non ho peccato contro Dio, ma contro un fratello. Io ho peccato solo contro un uomo, la mia colpa è leggera”. Nessuno dica che la sua colpa è leggera, perché in realtà ha peccato anche contro Dio”.

 

6Contro di te, contro te solo ho peccato,

quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto;

 

Il peccato ha questa dimensione, che tocca il mistero stesso di Dio, misteriosamente ma realmente. E quanto sia profondo il peccato, il salmista cerca di esprimerlo come può, dicendo:

 

7Ecco, nella colpa sono stato generato,

nel peccato mi ha concepito mia madre.

8Ma tu vuoi la sincerità del cuore

e nell’intimo m’insegni la sapienza.

 

Qui spesso ci sono dei fraintendimenti, ma anche adesso a volte fanno queste domande. Non vuol dire che mia madre ha peccato concependomi, o mettendomi al mondo, non si parla del peccato della madre, e tanto meno si pensa che dentro un rapporto coniugale da cui viene la generazione ci sia qualcosa di peccaminoso. Non è questo il discorso. Vuol dire un’altra cosa e cioè: io sono peccatore, quanto è profondo il mio peccato?

Uno potrebbe dire: il peccato originale. Vado all’inizio della mia vita, vado al primo istante del concepimento. Ebbene ho l’impressione che anche lì ci sia qualcosa che non funzioni. Il peccato me lo ritrovo sempre fin dall’inizio, fin dall’origine, come qualcosa di attaccato alla mia pelle, come un vestito che mi sono messo nella mia vita. Ma in fondo quando io ho cominciato a sbagliare, non ho fatto altro che esprimere una realtà che mi ritrovo dentro nelle profondità del mio essere.

 

7nella colpa sono stato generato,

 

in questo senso non c’entra niente la madre.

Il peccato è così profondo che accompagna tutta la mia esistenza.

 

8Ma tu vuoi la sincerità del cuore

e nell’intimo m’insegni la sapienza.

 

Tu Signore mi insegni a vedere il mio peccato, a riconoscerlo con sincerità, a metterlo davanti a me con chiarezza.

E qui san Girolamo diceva: “Se tu impari a mettere davanti a te il tuo peccato, Dio non metterà mai il tuo peccato davanti a te”. Se tu riconosci il tuo peccato, Dio non te lo rinfaccerà più.

 

6) La richiesta umile e appassionata di perdono

 

A questo punto c’è la consapevolezza della gravità, della profondità del peccato, l’orante, il salmista dice:

 

9Purificami con issopo e sarò mondo;

lavami e sarò più bianco della neve.

10Fammi sentire gioia e letizia,

esulteranno le ossa che hai spezzato.

 

11Distogli lo sguardo dai miei peccati,

cancella tutte le mie colpe.

 

Siamo ancora dentro la stessa affermazione. Usiamo tante immagini, per dire questa richiesta umile, ma appassionata di perdono.

L’issopo è un piccolo arbusto con cui si aspergeva l’acqua, viene usato nella liturgia per aspergere. Questa aspersione non sia soltanto esterna, ma raggiunga la profondità del cuore, perché il cuore diventi pulito.

Lavami! Se tu Signore mi lavi sarò più bianco della neve. È vero, il mio peccato è profondo, tanto che lo ritrovo da quando mia madre mi ha concepito, ma la purificazione di Dio è più grande, tanto che il mio peccato può essere trasformato in purezza, in limpidezza, in trasparenza. Se tu mi lavi, io sarò più bianco della neve. Vuol significare la speranza grande di questa persona che prega, la consapevolezza di non essere più schiavo del peccato.

Dio è più grande e più puro della mia impurità.

Dio è più forte della mia fragilità.

 

10Fammi sentire gioia e letizia,

esulteranno le ossa che hai spezzato.

 

La parola di perdono che arriva ai miei orecchi e al mio cuore, produce gioia, la dilatazione della liberazione. Perché in questo momento sono un po’ angosciato, il peccato mi preme da tutte le parti, quasi mi soffoca, ma se mi arriva la tua parola di perdono e di grazia, tutto cambia. Allora i miei orecchi e il mio cuore sentiranno gioia e letizia, le ossa che hai spezzato potranno gioire.

E poi Signore 

 

11Distogli lo sguardo dai miei peccati,

cancella tutte le mie colpe.

 

Ma non basta, perché le colpe sono il mio passato e Dio può anche cancellare il mio passato. Inutile portarsi dentro i sensi di colpa che non servono a niente. Quando Dio perdona, perdona da Dio, brucia, cancella, non c’è più niente. Questi rimasugli – indulgenze: 30 anni, 40 anni – non li capisco. Quando Dio perdona, perdona da Dio e basta; quando c’è questa sincerità del cuore,Dio può cancellare il mio passato.

Il futuro come sarà? Non c’è il rischio, non c’è la consapevolezza che quello che ho fatto ieri lo farò anche domani? Può anche darsi. Il perdono del mio peccato di ieri non fa che rimettermi nella stessa linea di partenza nella quale mi sono messo in questo momento.

 

7) L’uomo ha bisogno dello Spirito di Dio

 

Allora la domanda deve assumere un’altra dimensione:

 

12Crea in me, o Dio, un cuore puro,

rinnova in me uno spirito saldo.

 

È una cosa molto bella

 

13Non respingermi dalla tua presenza

e non privarmi del tuo Santo Spirito.

14Rendimi la gioia di essere salvato,

sostieni in me un animo generoso.

 

Non solo il Signore cancella, deve cancellare le nostre colpe, ma deve dare una forma nuova al nostro intimo. Crea, crea qualcosa di nuovo dentro di noi. Siamo costruiti e ricostruiti dentro.

 

Il cap. 36 di Ezechiele conteneva la promessa di un cuore nuovo, di un cuore di carne invece del cuore di pietra, che noi abbiamo; uno spirito nuovo, questo Spirito di Dio invece del nostro spirito.

Il Miserere dice esattamente questo: 

 

12Crea in me, o Dio, un cuore puro,

 

Creare” è il verbo che dice un’azione meravigliosa, che solo Dio è in grado di realizzare.

È un verbo che nella Bibbia è usato solo con Dio come soggetto. Solo Dio può creare. Quindi:

12Crea in me, o Dio, un cuore puro,

 

Vuol dire: non ho ancora un cuore puro, ma Tu, Signore, sei capace di crearlo, crearlo anche in me.

 

rinnova in me uno spirito saldo.

 

È lo spirito costante e fedele, che non ho ancora perché sono incostante.

Alla fine,è questa la nostra debolezza: abbiamo dei buoni desideri, dei buoni impulsi interiori, anche degli slanci di amore, ciò che ci manca è la costanza; la nostra costanza è invece limitata, dura per un certo tempo, e poi la fatica del vivere prevale e ritorniamo alle nostre vecchie abitudini. Abbiamo bisogno di uno spirito saldo.

Ma questo spirito dobbiamo chiederlo al Signore:

 

rinnova in me uno spirito saldo.

 

Anche questo salmo dovremmo pregarlo sempre. Invece di prendere tante altre storie, prendiamo i salmi: sono parola di Dio e sono parola dell’uomo!

 

Rinnova in me uno spirito saldo”, non significa che l’avevo una volta e l’ho perso di nuovo; vuol dire: fa’ nuovo in me uno spirito saldo, mettici quello spirito che io non ho, mettici quella costante salvezza che io non possiedo, che è per me una novità.

 

13Non respingermi dalla tua presenza

e non privarmi del tuo santo spirito.

 

Forse questo è l’aspetto più misterioso, che è quello stesso di Ezechiele. Lo Spirito che noi chiediamo non è solo uno spirito umano pulito e saldo, ma è lo Spirito stesso di Dio:

 

e non privarmi del tuo Santo Spirito.

 

È la cosa più misteriosa perché sembra che l’uomo non riesca ad essere completamene uomo se non con la forza dello Spirito di Dio.

In realtà l’uomo non è autonomo, non è autosufficiente, da poter cavar fuori dal suo interno la forza per crescere, per maturare, per diventare completo, se gli manca questo Spirito.

L’uomo per diventare completo, in un contesto di natura in cui muoversi, ha bisogno degli altri, ha bisogno del rapporto di amicizia, di amore, ha bisogno dell’amicizia degli altri, del poter maturare come persona, ha bisogno soprattutto dello Spirito di Dio.

 

Secondo Osea, lo spirito che noi abbiamo è uno spirito di infedeltà, di incostanza, dove l’impegno di amore non riesce a compiersi del tutto. Abbiamo bisogno che il Signore ci doni il suo Spirito e ci lasci al suo cospetto come ad assimilare davanti a lui la sua fedeltà, il suo amore, la sua giustizia, la sua generosità.

È un metterci davanti a Dio con questa richiesta e lasciarci investire dalla sua presenza, dal suo Spirito, dal suo amore, perché diventi nostro.

 

14Rendimi la gioia di essere salvato,

sostieni in me un animo generoso.

 

L’animo generoso sa andare al di là della giustizia, non solo dà quello che è giusto dare, ma dà in abbondanza. Va oltre la misura calcolata, quindi si capisce bene:

 

14Rendimi la gioia di essere salvato,

 

non merito la salvezza perché la sentenza che hai pronunciata è giusta, ma se tu mi doni la gioia della salvezza allora il mio animo diventa un animo generoso, capace di dare gratuitamente perché infinitamente ho ricevuto in modo gratuito.

So che il Signore mi ama gratuitamente, mi ha riempito dei suoi doni. Allora il mio cuore diventerà anch’esso generoso.

 

8) Insegnare la grandezza del perdono di Dio

 

Questo è l’ultimo aspetto. Abbiamo chiesto perdono, un cuore nuovo, facciamo la nostra promessa al Signore.

Se questo ci viene dato, che cosa ne faremo?

 

15Insegnerò agli erranti le tue vie

e i peccatori a te ritorneranno.

 

Insegnerò agli erranti, a quelli che vanno per le strade sbagliate, quale sia il tuo comportamento verso i peccatori. Si potrebbe tradurre: insegnerò agli erranti quanto è grande la tua grazia, quanto è grande la tua misericordia, il tuo perdono. Una volta che uno ha sperimentato, può parlare per esperienza.

Allora, istruiti, illuminati da questo

 

i peccatori a te ritorneranno.

 

È bellissimo, perché significa che la nostra conversione nasce quando impariamo la bontà di Dio. Non il giudizio, si fa fatica a dire questa parola; quando impariamo la bontà di Dio, quando ci rendiamo conto di quanto Dio sia misericordioso, allora diciamo di incominciare il cammino del ritorno, della conversione.

È vero quel dialogo che viene ricordato da una mistica musulmana, alla quale una persona chiedeva: “Se io mi pentirò, Dio mi perdonerà?”. E lei rispondeva: “No, tu ti pentirai se Dio ti perdonerà”. Il perdono di Dio viene sempre prima.

Pensate a Zaccheo, il perdono di Dio sta sempre prima, viene dalla generosità della sua grazia. Allora ti insegnerò la grandezza del perdono e i peccatori ritorneranno a Dio.

 

16Liberami dal sangue, Dio, Dio mia salvezza,

la mia lingua esalterà la tua giustizia.

 

Cioè liberami dalla morte e nella pienezza del vita potrò esultare e rendere grazie al Signore. È un tema caratteristico un po’ a tutti i salmi. Solo quelli che vivono, che fanno esperienza della bontà del Signore, lo possono benedire e lodare. Non i morti, i vivi.

Chiediamo al Signore la vita perché possa diventare lode, ringraziamento. Allora

 

17Signore, apri le mie labbra

e la mia bocca proclami la tua lode;

 

è come dire: sì, è vero, il mio peccato mi ha bloccato, mi blocca, non mi fa più parlare. Apri le mie labbra a lodare, a benedire, a gioire; apri le mie labbra con il tuo perdono, sciogli il blocco che mi ripiega su di me, perché la mia bocca possa proclamare la tua lode.

Per questo dice ancora il salmista

 

18poiché non gradisci il sacrificio 

e, se offro olocausti, non li accetti.

19Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,

un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi.

 

Per ottenere il perdono io so che non posso offrire i sacrifici come facevo una volta, non basta che presenti a Dio un capro, un vitello o qualche altra cosa, il peccato non è nelle cose che io possiedo, ma nel mio cuore. È il mio cuore che deve diventare offerta a Dio. Ma solo questa può essere un’offerta capace di entrare nell’esperienza del perdono del Signore.

 

18non gradisci il sacrificio (“Misericordia voglio, non sacrificio”), 

e se offro olocausti, non li accetti”

 

Gli olocausti appunto sono questi sacrifici, forse anche più impegnativi, in cui all’offerente non rimane niente, tutto quello che ha offerto viene bruciato, trasformato in dono al Signore.

Ma neanche gli olocausti sono capaci di purificare il cuore, solo il cuore contrito e umiliato può essere accolto da Dio, diventare punto di partenza per una vita nuova.

 

Il perdono genera la ricostruzione di Gerusalemme.

Ci sono due versetti che alcuni autori considerano aggiunti e che chiaramente allargano la prospettiva, perché finora chi prega è la persona che ha sbagliato, che confessa il suo peccato, che chiede il perdono, ma negli ultimi versetti il soggetto non è più il peccatore, ma è Gerusalemme, la città, il popolo.

È come se il salmo da preghiera di un individuo diventasse preghiera del popolo Israele. Tutto Israele supplica il Signore: 

 

20Nel tuo amore fa grazia a Sion,

rialza le mura di Gerusalemme.

21Allora gradirai i sacrifici prescritti,

l’olocausto e l’intera oblazione,

allora immoleranno vittime sopra il tuo altare.

 

Gerusalemme era stata distrutta da Nabucodonosor, era rimasta così per decenni; al ritorno dall’esilio il tempio è ancora un cumulo di macerie, quindi il desiderio è di poterlo riedificare insieme con le mura di Gerusalemme, perché la città possa tornare a rinascere. Ma se Gerusalemme è così, è per le proprie colpe. La distruzione di Gerusalemme è l’espressione eloquente della gravità della forza distruttiva del male, allora la ricostruzione di Gerusalemme è ciò che significa il perdono.

 

21Nel tuo amore fa grazia a Sion,

 

qui personificato da una città.

Il salmo inizia con: “Pietà di me”, fammi grazia, e chiude con: “rialza le mura di Gerusalemme”, cioè ricostruisci, ridona una vita nuova alla città. Allora la città perdonata, vivificata potrà ricominciare anche una vita religiosa: offerta di sacrifici, olocausti, intere oblazioni.

Come a dire che i sacrifici non servono per ottenere il perdono dei peccati, non sono sufficienti, è necessario un cuore contrito. Ma quando il perdono è ottenuto e il cuore è diventato puro, santificato da Dio, allora anche i sacrifici acquistano un significato, acquistano un valore. Sono l’espressione di un cuore che è diventato fedele, ricco di generosità, desideroso di esprimere il suo debito di riconoscenza al Signore.

 

Allora immoleranno vittime sopra il tuo altare.

 

Conclusione

 

Non mi pare difficile legare questo salmo di preghiera con alcuni testi famosi del nuovo Testamento.

 

* Pensate alla parabola del fariseo e del pubblicano, del pubblicano che nel tempio si mette in fondo e si batte il petto: “O Dio, abbi pietà di me che sono peccatore” (Lc 18).

L’immagine di Israele è proprio questa: si mette nell’atteggiamento del pubblicano, di chi presentandosi davanti al Signore non può avere pretese, anzi scopre con dolore la miseria, ma nello stesso tempo trova nella presenza del Signore la sua fiducia piena e totale ed esce dal tempio perdonato e riconciliato.

 

* Lc 7: la peccatrice, che entra nella casa di Simone il fariseo, mentre Gesù era lì a cena, piange, lava i piedi del Signore con le lacrime e li asciuga con i capelli: “Molto le è stato perdonato perché molto ha amato”. Non dimentichiamo mai questo testo. Quello che conta è l’amore.

 

Il fariseo è osservante, ma ama la sua osservanza, ama la sua bella immagine, non ama il Signore. Questa donna ha sbagliato, ma “molto le è stato perdonato perché molto ha amato”. Vuol dire che l’amore che questa donna pone nei confronti del Signore è il segno che ha ricevuto un perdono immenso da parte di Dio. Qualunque sia il suo passato, questo pianto esprime una purificazione che Dio ha compiuto nel suo cuore. E il suo cuore è diventato pulito, tutto è cancellato, è rinnovato.

 

* Oppure il testo di Lc 15, la parabola del figlio prodigo.

 

In tutti questi testi c’è il dinamismo del peccato, del perdono e della grazia.

 

Al centro evidentemente c’è questa forza propulsiva della misericordia di Dio. È gratuitamente e generosamente che l’esperienza del peccato può essere trasformata da Dio, per grazia, in una vita di santità e di santificazione.

 

Quali conclusioni trarre?

 

Siamo di fronte a un salmo ricco di teologia, di spiritualità, un salmo in cui una viva coscienza del peccato si intreccia con un altrettanto vivo senso della misericordia di Dio. A un sincero pentimento e confessione della colpa si alterna la gioia e la lode per la riconciliazione ritrovata. La Chiesa nella sua liturgia pubblica continua a pregarlo perché non solo conserva tutto il suo valore (è un salmo dell’antico Testamento), ma letto alla luce di Cristo acquista un significato ancora più pieno. L’invocazione di perdono, l’appello alla misericordia di Dio da parte della comunità e dei singoli, può farsi ancora più fiduciosa di quella del salmista. Gesù nella sua qualità di Figlio è un pegno più grande della misericordia, della solidarietà di Dio verso di noi.

Gesù ci ha rivelato l’amore paterno, ecco perché questo salmo letto alla luce del nuovo Testamento è ancora più profondo, più bello, più importante, più significativo.

Quindi il pensiero e l’esperienza della misericordia di Dio, mentre da un lato rende sensibili, attenti a non offendere il suo amore, dall’altro genera fiducia; questa nostra richiesta di perdono trova sempre da parte di Lui una risposta positiva. La sua misericordia è più grande della miseria dell’uomo, sempre.

E infine questo salmo insegna che una conversione sincera sfocia sempre in un impegno apostolico:

 

15Insegnerò agli erranti le tue vie

 

in una vita di maggiore solidarietà con i fratelli.

Quanto più ci si pone come il salmista davanti a Dio riconoscendoci poveri, riconoscendoci peccatori, con il bisogno di purificazione, quanto più si sperimenta la sua misericordia,tanto più si è aperti al perdono e alla comprensione degli altri.

Quando invece ci si pone di fronte a Dio con la sufficienza del fariseo, non riconoscendo di essere giustificati per grazia, allora siamo dei duri, facili a giudicare e a condannare gli altri.

Quindi l’atteggiamento e il comportamento verso il prossimo diventa la verifica della sincerità della nostra conversione, della nostra fede.

 

Celebrazione eucaristica

 

Lc 15, 1-3.11-32 – Il figlio prodigo

 

È un testo che conosciamo quasi a memoria e anch’io tante volte ho dovuto commentarlo, ma è vero quello che dicono i padri, più leggi un testo e più ti si allarga la capacità di comprensione.

Leggiamo questo brano per cercare insieme il vero volto di Dio. Ci sono tanti testi che ci aiutano a cogliere il vero volto del Padre e certamente questo capitolo 15 di Luca è quello più significativo.

Il discorso sulla misericordia, in Luca, non assume il tono di un’esortazione, ma è contenuto dentro l’apologia, la difesa della misericordia di Dio verso i peccatori.

È un valore che possiamo capire solo se siamo sedotti dall’agire di Dio, sedotti dal comportamento del cuore di Dio. Anche Dio ha un cuore.

 

Le parabole di questo capitolo 15 di Luca (sono tre, questa è una delle tre) sono state pronunciate da Gesù in un contesto commensale.

I messaggi più belli Gesù li ha detti a tavola, ma i farisei lo contestano: “Accoglie i peccatori e mangia con loro”. Questo rimprovero è descritto con due verbi, con i quali Dio gestisce i rapporti con l’uomo: 

– “accogliere” 

– “mangiare con”, verbo che descrive la condivisione del pasto come una comunione profonda di vita, il modo di familiarizzare.

 

Ricordate la chiamata di Levi, che poi lo invita a casa sua mentre alcuni mormoravano.

Pensate anche a Zaccheo: Gesù va a casa sua e gli altri mormoravano.

Non hanno capito la logica di Dio, che è la logica dell’amore.

Per invitare l’uomo al banchetto del regno, Gesù si fa per primo invitare al banchetto dei poveri.

Se Dio condivide la sorte misera dell’uomo, non può dunque condividere la sua mensa?

Dio si è fatto uomo per portare l’uomo in seno a Dio, quindi Cristo mangia con gli uomini, perché questi poi mangino con Lui.

Urge capire questo discorso.

 

Nelle parole di Gesù c’è l’esigenza di far passare un valore a cui i suoi ascoltatori non sono aperti.

Quale pedagogia usa il Signore? Quella descritta in queste parabole della misericordia. L’intimo desiderio del cuore di Dio è quello di aprire all’uomo il banchetto della gioia: la gioia di Dio che ritrova ciò che era perduto.

Ed è proprio nella parabola del figlio prodigo che tutto questo si mostra più da vicino, è nell’esperienza del peccato che si trova in modo particolare la misericordia di Dio.

 

L’esperienza del male spesso è amara, è spogliante.

Lontano dalla casa del Padre, cioè lontano dalla sorgente della vita, l’uomo prova la miseria più completa.

Perde ciò che ha: uno sperperare, un buttarsi via senza senso. 

Perde la patria: è in terra lontana.

Perde la casa: se ne è andato.

Perde l’identità di uomo libero: diventa guardiano di porci.

E’ il vuoto più assoluto. Lontano dal padre è il vuoto assoluto.

E’ l’esperienza della nudità: come i primi uomini.

 

Ma soprattutto questo è grave: si deforma dentro di lui l’immagine di Dio. Penso sia il peccato più grave. Infatti dice: “Ritornerò, chiederò perdono e gli dirò: ‘trattami come uno dei tuoi servi’”.

Questo vuol dire che il prodigo immagina di trovare, al suo ritorno, un padre corrucciato, per cui si avvia verso casa con la disposizione di spirito di dover mandare giù la pillola amara dell’umiliazione.

 

Quando uno commette qualcosa si chiede: “Che penserà Dio di me?”, e va a nascondersi.

È questa paura di Dio come giudice severo. La paura di Dio è il primo e più deleterio effetto del peccato.

Anche questo figlio è caduto in questa paura e si chiede: “Che cosa dirò a mia discolpa?” e prepara il discorso per parare l’ira del padre. L’aveva pensato così. E appena arriva cosa trova?

Trova un padre che lo aspetta da sempre, incomincia a recitare il discorsetto che ha preparato, non capisce la festa che il padre gli sta preparando, perché ha deformato in sé l’immagine del padre, che per lui non è più il padre amorevole, ma il giudice severo che pronuncerà una sentenza.

 

Siamo qui alla ricerca della vera immagine di Dio.

Ed è tanto deformata questa immagine che non dice: “Mi manca l’amore del padre”, ma dice: “Non ho più nulla da mangiare, torno alla casa dove non mi mancava niente”. E ritorna non perché ha ritrovato l’amore del padre, ma perché là potrà trovare come nutrirsi. E’ un ritorno di ripiego.

Lo stesso malinteso sorge nel cuore di ogni uomo dentro l’esperienza del peccato.

Il dramma della colpa non è tanto la ribellione a Dio, quanto il fatto che alla radice di tutto questo c’è un misconoscimento dell’immagine del Padre, lo penso come un despota severo, che per il mio ritorno chiede la contropartita di una umiliante confessione.

L’uomo è divenuto incapace di immaginare il ritorno come la scoperta del vero volto, del cuore del Padre che ama e attende.

 

E allora – e questo è ancora più impressionante – è il padre che prende l’iniziativa, per far sì che il figlio recuperi il vero volto di Dio.

La misericordia è l’assurdo atteggiamento dell’amore irrazionale del Padre.

Anche il figlio buono, rimasto a casa, pensa che il comportamento del padre sia assurdo. 

È assurdo il comportamento del padre di fronte alle pretese del figlio al momento della partenza. Sembra debole questo padre, che non tenta di convincere il figlio; pur di non rompere questa immagine del padre, di non rompere l’amicizia, non usa parole dure. 

Questo padre rischia veramente tutto, rischia di non rivedere il figlio minore e di perdere anche quello che è rimasto a casa.

Ma ancor più assurdo è l’atteggiamento del padre che vede da  lontano il figlio che torna: non lo rimprovera, non lo fa ragionare, non ascolta la confessione preparata da lontano, non gli interessa sapere perché è tornato, basta che sia tornato: il Padre da lontano lo vede e commosso gli corre incontro, gli si getta al collo e lo bacia. Non è il figlio a commuoversi, ma il padre.

Non è il figlio a correre, ma il padre.

E’ il padre che lo abbraccia e lo bacia.

 

Questa scena ripete l’intensità dei sentimenti del Signore descritti da Osea al cap. 11: 

 

7Il mio popolo è duro a convertirsi:

chiamato a guardare in alto

nessuno sa sollevare lo sguardo.

8Come potrei abbandonarti, Efraim?

9Non darò sfogo all’ardore della mia ira,

non tornerò a distruggere Efraim,

perché sono Dio e non uomo.

 

A Dio si rovescia il cuore dal dolore.

La misericordia di Dio è questo crollo viscerale verso un uomo che ritorna a lui rinchiuso nelle sue grette e meschine giustificazioni.

La misericordia di Dio è qualcosa di viscerale, è una passione che il Signore prova per la nostra storia, qualunque essa sia.

E poi la misericordia è strettamente legata alla gioia.

Sono almeno nove le espressioni di gioia e di festa.

Il Padre ci ama così tanto che non riesce ad accettare che qualcuno dei suoi figli vada perso, per questo ha mandato il suo Figlio per “cercare e salvare ciò che era perduto”.

 

La misericordia di Dio secondo Jeremias è talmente inconcepibile che la sua gioia nel dare il perdono è la più grande delle sue gioie.

 

Non possiamo non gioire quando si scopre che l’uomo è l’assillo di Dio; Dio è il custode attento, ci cerca continuamente fin dal primo momento: “Adamo, dove sei?”. 

 

Conclusione

 

E’ una parabola che rivela la logica di Dio.

E vuol essere una svolta radicale al nostro modo di pensare e di guardare la vita. Svela un mondo abitato dalla grazia: Gesù quando racconta queste parabole spiega se stesso, svela la sua persona: lui stesso è la parabola di Dio, un Dio che si prende cura dell’uomo, lo segue.

 

La festa di Dio non è facile. Da una parte è offerta a una persona che non la merita e che nemmeno la chiede e c’è una dissociazione dell’altro figlio.

Nell’organizzare la festa il padre si trova solo, non capito, persino biasimato.

Come si fa ad aver paura di un Dio così?

Questo è un monito severo per tutte le nostre comunità, per la nostra Chiesa, invitata a diventare luogo di festa per l’uomo perduto. Lei deve essere il prolungamento dell’amore del Padre e mai il luogo implacabile della legge, dove si giudica, si ironizza.

La Chiesa non si giustifica nella storia se è soltanto questo spazio che esige il risarcimento fino all’ultimo spicciolo.

La Chiesa è invitata a imparare questa difficile arte di creare festa, attraverso l’offerta del perdono, fino a settanta volte sette.

La Chiesa è questo luogo dove avviene la salvezza di Dio, dove la si celebra, la si sperimenta secondo una fantasia evangelica mai esaurita, che sa organizzare la festa della vita anche là dove sembra impossibile.

Per capire e per partecipare alla festa organizzata da Dio bisogna convertirsi al suo amore.

 

Quando diciamo: facciamo le lectio bibliche, qual è il motivo? Per imparare a pensare e ad amare come il Signore.

Anche questa parabola è qui per questo: per farci vibrare in sintonia con il suo cuore, vedere le cose con i suoi occhi, lasciarsi attraversare e vitalizzare dal suo amore.

La festa è possibile se si accetta di entrare in questo amore di Dio, rivelato attraverso Gesù, un amore che non finisce di sorprendere, che non va giudicato nemmeno quando non lo si capisce, un amore da condividere fino a restarne segnati, sorpresi, un amore che manifesta una profondità scandalosa, un amore difficile perché ci chiede di morire a privilegi, a interessi personali, ad attese di trattamenti diversi, un amore che ci fa essere come Gesù: “Ti ringrazio, Padre, perché riveli e doni queste cose ai piccoli”.

La festa di Dio è possibile quando si entra nella sensibilità e nell’amore di Gesù.

La nostra vita, le nostre Chiese dovrebbero essere una profezia di questa festa.

 

N.B. Il testo risente del linguaggio parlato essendo tratto direttamente dalla registrazione e non è stato visto dal relatore.

Stampato in proprio ad uso interno.

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