Magnifica Humanitas – di Don Andrea Bigalli
I giorni corrono veloci e il sistema mediatico ha già diffuso molto riguardo l’Enciclica di Papa Leone XIV. Presumo quindi che molte delle persone che prenderanno in mano questo articolo abbiano già letto qualcosa su di essa, dato una scorsa, la stiano leggendo o già esaminata. Nell’annotare alcune riflessioni metto nel conto questo presupposto.
Non è l’Intelligenza Artificiale (IA) il tema principale di questo testo, che, come da sottotitolo, è una trattazione articolata sulla custodia della persona umana. L’IA è circostanza e occasione di parlare sulla condizione del mondo: la cura del genere umano è indicazione di quanto si vuol proporre, ma pure il metodo con cui lo si vuol realizzare, perché la cultura dell’attenzione e della responsabilità diviene già una proposta concreta di azione. Saggiamente l’enciclica non definisce propriamente cosa sia l’IA: la materia è in una evoluzione così rapida e complessa che non ha senso datarla con una definizione che tra sei mesi potrebbe essere (sarà) già obsoleta. Se ne delineano gli elementi che servono per un’analisi sul piano teologico e sapienziale, indicando con questo aggettivo il sapere che scaturisce dalla Scrittura in prospettiva esistenzialista, molto concreta per quanto riguarda l’attenzione alle persone, la loro dignità e integrità di vita. Quest’ultima prospettiva è l’orizzonte in cui si definisce e agisce la Dottrina Sociale della Chiesa (DSC): la prima parte della Magnifica Humanitas (MH) è un sunto efficace dei passaggi storici che ne hanno costituito il corpus nel corso dei decenni. E anche qui non si enunciano solo dei contenuti ma si presenta il metodo della DSC, che è poi il metodo teologico che si è definito nel tempo: una analisi, a cui segue l’ermeneutica (l’interpretazione dei dati raccolti), per poi definire un’azione diretta. Sono gli elementi di studio delle teologie contestuali così avversate dalla Santa Sede a suo tempo: le modalità con cui si fa adesso il lavoro teologico. Come applicare il contenuto della DSC alla realtà vigente?
Dalla dignità della persona umana scaturiscono i principi della teologia sociale. Il bene comune, realtà nel cui nome definire la pace e la giustizia. Da esso scaturisce il principio della distribuzione universale dei beni, perché la povertà trovi risposta nel Diritto. Il principio di sussidiarietà indica la necessità di tutelare i cosiddetti corpi intermedi, perché la società maggiore non deve fare quel che la minore può svolgere autonomamente. Il principio di solidarietà rappresenta un orizzonte politico mai così necessario, da cui deriva il principio della giustizia sociale (e qui troviamo un riferimento assai significativo alla giustizia riparativa).
Con questi principi si affrontano le varie problematiche connesse alla IA. Disarmare l’IA è sostenere che essa non deve essere al servizio dei potenti della terra, ma del bene comune. L’IA rappresenta la prima rivoluzione storica che riguardi l’umanità, totalmente gestita da enti privati. Il rischio è che sia educata e quindi diretta dagli interessi dei grandi poteri tecno finanziari, non certo quelli dei poveri. Essa comporta consumi energetici e impatti ambientali che vanno sostenuti equamente, tutelando la Casa Comune che è il Pianeta, senza privarne chi non può sostenerne gli oneri e quindi essere escluso dai benefici.
Da qui l’esigenza di legislazioni e accordi internazionali, nella dimensione dialogica tra le varie realtà interessate. Il rischio di pensare l’umano, potenziato dalla tecnologia, nel transumanesimo e nel postumanesimo richiama l’idea di un sovra\uomo di pessima memoria: ci si oppone a ciò ricordando che l’umano invera sé stesso attraverso un concetto addirittura opposto, quello del valore della fragilità come dimensione che apre alla comunicazione e all’aiuto reciproco, alla solidarietà fattiva capace di generare pace. Si fa riferimento a tre ambiti fondamentali su cui vigilare: la verità, con occhio di riguardo al mondo della comunicazione di massa, passibile di falsificazione e strategie di manipolazione politica, il lavoro, espressione di dignità e non di oppressione, la libertà, nel rischio che la si possa smarrire (anche nel quadro di un rinnovato colonialismo, forse più pericoloso del precedente).
Ragionando su come una cultura della potenza, che produce violenza e ingiustizia, si contrapponga alla civiltà dell’amore, che garantisce vita e rispetto ed accoglienza reciproca, la MH tratta il tema della guerra. Nella condanna esplicita degli orrori a cui abbiamo assistito, se ne denunciano le origini: un passaggio estremamente significativo parla del ruolo della memoria storica nella promozione di una cultura di pace. Al n. 192 troviamo una dichiarazione importante, che sancisce la fine definitiva della dottrina della guerra giusta. Il Papa chiude la sua trattazione indicando cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: Disarmare le parole; Costruire la pace nella giustizia; Assumere lo sguardo delle vittime; Coltivare un sano realismo; Rilanciare il dialogo. Al n. 223 troviamo un’idea teologica che mi sta particolarmente a cuore e che spero diventi un dogma di fede non solo per i cattolici: in nome di Dio non si può uccidere.
Siamo davanti a un documento importante, ben scritto, in una forma scorrevole, assolutamente agevole anche a chi non padroneggia la materia.
Nel partire – come storicamente inevitabile – dalla Rerum Novarum (1891), ne ritroviamo indicate le tesi volte alla mediazione nel conflitto sociale, rifiutando socialismo e lotta di classe. In ambito cattolico non tutti siamo d’accordo su ciò, a partire dal dato che la lotta di classe la fanno i ricchi contro i poveri, uccidendoli per il profitto e la tutela borghese del privilegio. Certo, bisogna ricordare che l’esigenza di una linea di mediazione è soprattutto buonsenso, sicuramente necessario. La MH condanna gli atti di guerra, denuncia l’incrudelimento progressivo degli eserciti contro la popolazione civile (in particolar modo i bambini), ma non indica esecutori e mandanti. Bisogna dire chiaramente Ucraina, Gaza, gli altri scenari di morte: i nomi dei potenti che hanno le mani lordate di sangue.
La teologia di fondo di MH si traduce nella stigmatizzazione di suprematismo e sovranismo. Ma questi due termini non compaiono nel testo. Così riguardo al neoliberismo economico e non, senza citare i destinatari delle sue critiche. Fa tutto parte di una linea di mediazione, che non cede sui principi, ma privilegia il livello di comunicazione, nello stile della Santa Sede. Ma il conflitto con l’amministrazione Trump, da un lato mostra come la mediazione sia molto difficile con certuni soggetti, dall’altro che la denuncia profetica è imprescindibile di fronte all’orrore a cui stiamo assistendo. Quello che è accaduto a Gaza, esemplificato su come tutte le guerre siano adesso genocidio, ci consegna alla storia come complici, se non abbiamo avuto (e abbiamo) il coraggio di opporci. Per molti versi la MH ci dice che Leone rimane sulla linea teologico sociale di Francesco, con una certa convinzione. Questo ci dice che il cattolicesimo (almeno quello del Magistero: però poi molti fedeli, e molti politici…) continua a leggere il mondo provando a indirizzarlo verso il futuro. Opponendosi in chiave teorica, fattiva in molti contesti di solidarietà e carità, all’Onda Nera che tenta di sommergere il mondo. Non è cosa da poco, fatemi dire.