Speranze e timori sulle prospettive di tregua o pace – Severino Saccardi
Non ha lo stesso piglio di Francesco, ma non manca di dire cose incisive, papa Prevost. Come quando, di recente, ha affermato: «Non c’è pace senza giustizia». Si tratta di una questione di fondo per valutare quel che succede oggi nel mondo. «Non c’è pace senza giustizia» è un riferimento importante e, direi, dirimente. Giustizia vuol dire equità sociale e lotta alle sperequazioni, ma vuol dire anche rispetto dei diritti umani, in generale, e dello stato di diritto. Il contrario esatto della logica che oggi, nel mondo (soprattutto nel mondo dei potenti, di qualunque risma o colore) sembra andare per la maggiore. La cultura del dominio e dell’esibizione muscolare (e, purtroppo, anche dell’uso) della forza sembra avere rotto ogni tabù. C’è stato un tempo (durante il quale, pure, gli equilibri del pianeta si basavano sulla pratica della deterrenza) in cui si sapeva che di certi argomenti non era lecito, né opportuno parlare con leggerezza. Oggi si ipotizza, o si minaccia apertamente, l’uso delle armi nucleari, sia pure «tattiche», ci si propone di rilanciare la proliferazione nucleare (che era stata interdetta) e di riprendere, addirittura, gli esperimenti nucleari. In ogni caso, la guerra (frammenti sanguinosi e consistenti di quel conflitto mondiale «a pezzi» di cui parlava papa Bergoglio) ce l’abbiamo non lontana dalle porte di casa. In Israele-Palestina e in Ucraina. A che punto siamo, oggi, con queste due gravi, e sconvolgenti crisi? Ne scrivo con circospezione perché la realtà è in movimento e ciò che appare vero oggi potrebbe non esserlo più tra un mese (o anche meno). Per la disgraziata terra di Gaza, segnata da lutti e distruzioni, c’è ora, come è noto, un Piano internazionale. Un Piano che è stato approvato anche con l’astensione (il che vuol dire con la sostanziale luce verde) di Russia e Cina. È un accordo da cui discende, intanto, la disposizione di un «cessate il fuoco» (che non è poco in una realtà del genere): una disposizione, intendiamoci che, quasi ogni giorno, finisce per essere violata. In ogni caso, in questo processo è previsto il coinvolgimento, in primis, dell’Arabia Saudita e di altri Paesi arabi (i quali, concretamente, al di là delle affermazioni di principio, finora ben poco hanno fatto per aiutare il popolo palestinese) e si renderà necessaria la dislocazione sul terreno di una forza multinazionale che dovrebbe farsi garante del processo di pace. Il punto dolente (e la questione aperta) sta sempre nella rappresentanza da garantire, in questo percorso, al popolo palestinese. Un popolo, che non solo ha subito le ingiustizie della storia, ma che ha sempre avuto in sorte dei dirigenti politici di movimenti fra loro ferocemente divisi. Come nel caso dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) e di Hamas: un movimento che ha impresso un timbro di radicalismo islamista alla causa palestinese e che si è reso responsabile, con l’eccidio del 7 ottobre, di atti che hanno esposto la popolazione di Gaza alla violenta ritorsione (connotata da pesanti crimini di guerra) del governo oltranzista di Netanyahu. Un governo che ha ispirato tutta la sua condotta alla messa in soffitta dell’ispirazione politica che aveva condotto a suo tempo Itzhak Rabin a gettare il cuore oltre l’ostacolo e a cercare l’intesa con il popolo e con la dirigenza palestinese sulla base della formula «due popoli, due stati». Una formula che, oggi, dopo tutto quello che è accaduto, sembra anacronistica, irrealistica e velleitaria. Ma come non riaffermare che è a quello spirito che si dovrebbe, in qualche forma, tornare per garantire pace, convivenza e riconciliazione a popoli da sempre divisi e a terre tormentate da decenni di guerre, violenze e soprusi? Sull’Ucraina, invece, che dire? Una terra «martoriata» (per riprendere l’aggettivo sempre usato da papa Francesco), da quattro anni e mezzo di guerra (con molte vittime civili e con un numero di caduti su entrambi i versanti del fronte), di bombardamenti, di distruzioni di città, centrali elettriche, strutture industriali. Anche lì ora è stato annunciato un Piano. Il Piano dei 28 punti, si dice. Vediamo i prossimi giorni quel che ne discenderà. Qui credo che ci possiamo limitare a due osservazioni di fondo. È singolare, per usare un eufemismo, che l’Ucraina (cioè, il Paese devastato dalla guerra) venga consultata solo in seconda battuta, dopo che hanno trattato fra loro le due grandi potenze, cioè gli USA e la Russia. Ma forse è inutile stupirsi perché questo è il tratto dominante dell’era Trump, che molto dice di una concezione del mondo e delle relazioni internazionali (che sono appannaggio dei potenti della terra). La seconda riflessione che verrebbe da proporre è sul carattere di fondo del possibile «accordo di pace». Che, certo, dovrà partire dalla realistica valutazione della situazione esistente e che sarà benvenuto se potrà risparmiare allo stremato popolo ucraino un nuovo inverno di guerra. Ma se le decisioni prese dovessero mettere in discussione la piena sovranità e il diritto all’autodeterminazione e alla sicurezza di quel popolo, c’è da prevedere che esse sarebbero l’anticamera non di un futuro di pace, ma di nuove instabilità, tensioni e violenze. L’assunto di carattere generale da cui siamo partiti («non c’è pace senza giustizia») è anche a situazioni specifiche come queste che ci aiuta a guardare con chiarezza e con lucidità di coscienza.
Severino Saccardi